Al centro dei Giardini della Biennale, dove di solito si respira il fermento delle nuove espressioni artistiche, il padiglione del Venezuela resta chiuso. Nessun evento, nessuna opera da ammirare, solo un cartello trilingue appeso alla facciata: “rinascerà presto”. Un vuoto che pesa, perché questa assenza parla di più di un semplice forfait artistico. Dietro la mancanza c’è una crisi politica e sociale profonda, che ha messo in ginocchio il paese sudamericano. In un’edizione già segnata da cambiamenti e sorprese, il silenzio del Venezuela si fa sentire forte e chiaro.
Un gioiello firmato Carlo Scarpa
Il padiglione venezuelano non è solo uno spazio espositivo, ma un pezzo di storia dell’architettura. Progettato da Carlo Scarpa tra il 1953 e il 1956, si distingue per uno stile sobrio ma ricercato. Scarpa voleva creare un ambiente che si sposasse con l’atmosfera unica dei Giardini, e il risultato è un dialogo armonioso con gli edifici vicini, in particolare con quello svizzero che gli fa da vicino di casa.
All’interno, il padiglione si apre su tre spazi principali: un patio all’aperto che accoglie il visitatore con leggerezza, la Sala dei disegni con la sua lastra cava di cemento armato decorata da sottili righe e sorretta da pilastri d’acciaio, e il muro divisorio che confina con il padiglione Svizzero, parte integrante del progetto. Le alte finestre verticali, tipiche di Scarpa, ricordano altri suoi lavori a Venezia e in Veneto. Questa costruzione semplice ma elegante è un ponte tra la cultura venezuelana e quella italiana.
Crisi e instabilità frenano la partecipazione
La presenza del Venezuela alla Biennale ha sempre rispecchiato le difficoltà del paese. Le tensioni politiche, le sanzioni internazionali e i conflitti interni hanno spesso messo in crisi la continuità del padiglione. Nel 2003, per esempio, l’artista Pedro Morales fu censurato, e la sua opera finì per circolare solo online.
Nel 2019, il padiglione riaprì in ritardo con una collettiva che coinvolse artisti come Natali Rocha e Gabriel López, affrontando temi attuali della società venezuelana. Dopo un periodo di incertezza, dal 2022 la partecipazione si era fatta più regolare, con mostre di alto livello che esploravano temi come il corpo umano e l’ecologia. Nel 2024, Juvenal Ravelo portò opere cinetiche e illusioni ottiche frutto di anni di ricerca.
Ma ora tutto si è fermato. L’arresto dell’ex presidente Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti ha complicato ulteriormente la situazione, portando a una presidenza filoamericana fragile e instabile. Le difficoltà burocratiche e logistiche hanno bloccato ogni progetto, lasciando il padiglione chiuso.
Un silenzio che parla di politica e arte
La chiusura del padiglione venezuelano a Venezia non è solo una mancanza fisica, ma un segnale forte. In una manifestazione dove culture e tensioni globali si intrecciano, l’assenza del Venezuela racconta di conflitti internazionali e sanzioni pesanti.
Il contrasto con gli altri padiglioni, spesso segnati da ritardi o spostamenti ma comunque presenti, mette in luce quanto l’arte contemporanea dipenda dai venti della politica mondiale. Dove c’è crisi, la cultura si ferma o si rifugia nel silenzio. Quel cartello “rinascerà presto” sulla facciata sembra un grido sospeso, una promessa da verificare.
Gli osservatori guarderanno alle prossime Biennali con attenzione, per vedere se e quando il Venezuela tornerà a farsi sentire. Per ora, il suo silenzio riempie quegli spazi con una storia fatta di contraddizioni e attese.
