«Non riesco a staccarmi dallo schermo, anche se so che mi fa male». È questa la voce che riecheggia nei romanzi di B.R. Yeager, un sussurro inquietante che attraversa mondi strani, sospesi tra realtà e incubo digitale. Amygdalatropolis, Negative Space: non sono solo luoghi, ma territori dove la memoria si sgretola come sabbia tra le dita, dove l’adolescenza si perde in comunità virtuali fantasma. Qui, il confine tra vero e falso si dissolve, inghiottito da una possessione collettiva che lascia senza fiato. Yeager non racconta solo storie, ma riflette una società ossessionata e frammentata, intrappolata in un presente che sembra già passato. Internet, per lui, non è più uno strumento neutro, ma un’entità che ci domina, ci confonde, ci consuma.
Yeager non cerca un passato rassicurante. La sua nostalgia è un miscuglio confuso di ricordi e immaginazione, che restituisce un’immagine distorta della memoria. «Possiamo raccontare solo ciò che è già accaduto», dice, ed è da qui che parte il suo lavoro narrativo. Amygdalatropolis e Negative Space sono tentativi di dare senso a esperienze vissute o osservate, ma il ricordo inevitabilmente cambia forma, trasformandosi in qualcosa di sfuggente, che sfida ogni interpretazione lineare. Così il confine tra vero e inventato si fa labile, quasi indecifrabile.
Questo intreccio tra realtà e invenzione è alla base del tono dei suoi libri. Yeager ammette di procedere spesso «alla cieca», senza una rotta precisa, con l’obiettivo di esplorare e mettere in discussione idee più che lanciare messaggi netti. Il risultato è un territorio narrativo complesso e ambiguo, dove ogni lettore può scorgere significati diversi, riflesso di una realtà altrettanto sfaccettata.
Anche se spesso viene etichettato come autore horror, Yeager preferisce definirsi uno scrittore weird, un genere più sfuggente e meno legato a schemi rigidi. I generi, per lui, sono più un gioco che una gabbia. L’horror tradizionale dà al lettore certezza e convenzioni, ma rischia di incasellare tutto in modelli ripetitivi.
Il weird invece apre la porta a inquietudini e suggestioni più varie, abbracciando il bizzarro e il melodrammatico senza dover rispettare regole fisse. Questa libertà si riflette nello stile delle sue storie, che sfuggono a definizioni nette e aprono la strada a un modo nuovo di raccontare il perturbante. È una scelta che libera la scrittura da una rigidità ormai superata, permettendo all’autore di esplorare territori sconosciuti dell’orrore e della realtà.
Per Yeager, Internet ha superato da tempo il ruolo di semplice mezzo. È diventato una presenza autonoma, quasi una forza metafisica che invade e controlla le nostre vite. Questa trasformazione nasce dal consolidamento delle grandi aziende digitali, dalla sorveglianza costante e dall’uso di tecnologie avanzate, che secondo lui ci hanno portato a una vera e propria «drogatura digitale» collettiva.
Secondo alcuni studiosi, come Andrew C. Wenaus in The Literature of Exclusion, Amygdalatropolis sembra raccontare questa dinamica come una forma di possessione di massa, con Internet che si serve delle persone per manifestarsi nel mondo reale. Yeager riconosce che ormai non possiamo più pensare alla rete come a uno strumento sotto controllo: è un organismo che ci usa, modellando i nostri comportamenti, le relazioni, perfino le identità.
Questa idea torna spesso nelle sue pagine, dove la tecnologia assorbe la psicologia dei personaggi e rende ogni esperienza online una specie di rituale oscuro e collettivo.
L’idea che nelle reti digitali non ci sia vera comunicazione, ma solo orbite intorno a linguaggi, immagini e rituali condivisi, nasce da un’attenta osservazione di Yeager sulle comunità virtuali di oggi. Forum anonimi, board come 4chan e spazi più nascosti accessibili tramite Tor sono stati per lui un laboratorio per capire come si costruiscono legami e significati in ambienti che sembrano aperti ma sono pieni di ambiguità.
Questa riflessione si allarga oltre il mondo online, diventando uno specchio della società contemporanea, dove alienazione e isolamento convivono con il bisogno di far parte di gruppi che condividono codici paradossali. Anche se certe dinamiche possono sembrare tossiche o distruttive, Yeager sottolinea che queste comunità non sono solo inferni digitali: ospitano momenti di gentilezza, confusione e persino di trascendenza, come si vede in Negative Space.
Le sue storie non demonizzano né esaltano questi spazi, ma mostrano la complessità delle esperienze e la difficoltà di creare relazioni autentiche in un contesto dominato da immagini e linguaggi frammentati.
L’esperienza di Yeager nel cinema si limita a qualche collaborazione e apparizione, senza mai dirigere o produrre in prima persona. Questo riflette la sua distanza dal mezzo, che vede come più vincolato, dove il bisogno di mostrare e spiegare limita la libertà della narrazione letteraria.
Nel cinema il mistero spesso deve cedere il passo a una rappresentazione più chiara, mentre nei suoi romanzi Yeager punta a creare un’atmosfera che lascia spazio all’ambiguità e all’interpretazione. Per lui scrivere è un’indagine costante, a volte confusa, in cui non conta tanto la chiarezza quanto l’esplorazione di uno stato emotivo e psicologico che immerge il lettore in un’esperienza quasi psichedelica.
Questa differenza segna un confine netto tra i due linguaggi e spiega perché oggi Yeager preferisca mantenere la libertà e il controllo che solo la scrittura può dargli.
Quando Yeager scrisse Amygdalatropolis, Internet non aveva ancora preso la forma invasiva e iperconnessa che conosciamo ora. Il romanzo voleva raccontare un fenomeno di nicchia, destinato a sparire in fretta.
Ma la realtà ha superato ogni previsione. Comunità digitali estreme, culti eccentrici, fermenti politici destabilizzanti e l’avanzare inarrestabile dell’intelligenza artificiale hanno trasformato la rete in un territorio ancora più complesso e inquietante. Reti come quelle di Ziziani o il 764, culti della morte razionalisti e nichilisti, erano impensabili allora, così come l’ascesa di figure radicali nel governo federale americano.
Yeager osserva tutto questo con distacco e curiosità. Il suo libro resta una testimonianza emotiva che ha colto un cambiamento profondo, senza però immaginare le conseguenze più estreme. La cultura della «post-verità» e il peso delle grandi intelligenze artificiali disegnano oggi un paesaggio ancora più surreale di quello raccontato da lui.
Negative Space allarga lo sguardo rispetto ad Amygdalatropolis. Qui si segue un gruppo di giovani dentro una comunità digitale più ampia, con la stessa ossessione per la diffusione di contenuti intangibili come immagini, desideri e linguaggi.
Il romanzo non condanna gli spazi online, ma offre una visione più complessa della vita di oggi. I personaggi navigano tra confusione e crudeltà, ma trovano anche spazio per gesti di gentilezza e momenti di trascendenza. Un equilibrio che riflette la realtà di chi cresce immerso in reti fatte di abissi emotivi e possibilità di connessione.
Negative Space nasce da un percorso di maturazione artistica di Yeager: da racconto abbozzato a romanzo completo, gli ha permesso di mettere a fuoco una visione più articolata degli effetti della rete sulle identità, sia individuali che collettive.
Per Yeager l’atmosfera viene prima della trama. Nei suoi libri l’obiettivo è creare uno stato emotivo simile a un viaggio psichedelico, che trasporta il lettore in uno spazio mentale alterato.
Tra i suoi lavori, il finale di Amygdalatropolis è il momento in cui pensa di aver raggiunto questa intensità. Quel capitolo conclusivo è una soglia spirituale, un punto in cui il lettore non segue più una storia lineare, ma attraversa un’esperienza sensoriale ed emotiva totale.
Questa natura sfuggente è ciò che rende i libri di Yeager difficili da catalogare, ma potenti: chiedono al lettore di restare aperto, pronto a trasformazioni interiori piuttosto che a risposte immediate.
Così emerge la differenza fondamentale tra una narrazione che spiega e una che immerge, aprendo la strada a territori affascinanti e inquietanti della letteratura contemporanea.
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