Nel mezzo di Arnhem, una città che porta ancora i segni profondi della Seconda guerra mondiale, il parco Sonsbeek si trasforma. Non è più solo un’area verde, ma un vero e proprio palcoscenico per l’arte contemporanea e la riflessione collettiva. Nato nel 1949 con l’obiettivo di ridare vita a spazi pubblici devastati dal conflitto, il festival è diventato uno degli eventi più longevi e significativi dedicati all’arte urbana. Per l’edizione del 2026, sotto la guida di Orlando Maaike Gouwenberg e con le curatrici Amira Gad e Christina Li, Sonsbeek cambia volto. Stavolta, l’arte si espande oltre i confini del parco, coinvolgendo tutta Arnhem, tra memoria, paesaggio e convivenza.
Sonsbeek nasce nel 1949 in una Arnhem ancora segnata dalle distruzioni della guerra, con l’obiettivo di restituire vita e socialità agli spazi aperti della città. L’idea era semplice e potente: usare l’arte per ricostruire il tessuto sociale, trasformando il parco Sonsbeek in un luogo di incontro e dialogo aperto a tutti. Non si trattava solo di esporre opere, ma di far tornare la gente a vivere gli spazi pubblici, a ritrovarsi e confrontarsi. Nel corso degli anni, il festival ha saputo rinnovarsi, ospitando artisti di fama internazionale e progetti che spaziavano dalle grandi installazioni a interventi più discreti e mirati.
Oggi, nel 2026, Sonsbeek assume un significato più ampio. Non è più soltanto un simbolo di ricostruzione post-bellica, ma uno spazio di riflessione sulle relazioni fra persone, comunità e ambiente, in un mondo segnato da conflitti, crisi ecologiche e cambiamenti urbani. Sonsbeek si conferma così un osservatorio critico, che prova a disegnare nuove forme di convivenza negli spazi condivisi.
Il filo conduttore dell’edizione 2026 si riassume nel titolo “Ik hoef geen tuin, ik deel een park” , uno slogan ispirato alle frasi brevi e provocatorie di Loesje, collettivo attivo ad Arnhem. La contrapposizione fra giardino privato e parco comune sposta il discorso dal singolo all’insieme, invitando a riflettere sul senso di uno spazio pubblico come bene condiviso. Qui non si è soli: si convive con altre persone, altre specie, interi ecosistemi.
Christina Li, co-curatrice, sottolinea come il parco sia un organismo vivo e complesso, che ci mette di fronte al fatto di essere parte di un sistema più grande. Sonsbeek 2026 vuole far uscire i visitatori dalla semplice contemplazione estetica, chiamandoli a partecipare attivamente, costruendo insieme il significato di ogni opera. La memoria diventa così un atto collettivo, politico e poetico, che cambia e si ridefinisce continuamente.
Il percorso espositivo si snoda nel parco, ma si allarga al centro di Arnhem e a sedi culturali come Museum Arnhem, Museum Bronbeek, Omstand, Rozet e POST. La città si anima di interventi che dialogano con il pubblico, mettendo in relazione arte, spazio e comunità.
Sonsbeek 2026 riunisce 18 artisti e collettivi internazionali, scelti con una selezione mirata e senza una call pubblica, frutto di un lavoro di ricerca condiviso dalle curatrici. Tra loro Larry Achiampong, Korakrit Arunanondchai, Alvaro Barrington, Fanja Bouts, Forensic Architecture, Femke Herregraven, Afaina de Jong e altri ancora. Tutti impegnati su temi che spaziano dal corpo all’ecologia, passando per migrazione, spiritualità e linguaggio.
Christina Li racconta un processo curativo fatto di visite negli studi e dialoghi con artisti che già lavorano su idee legate al paesaggio come spazio da abitare e vivere. Non si tratta solo di esporre opere, ma di tessere una rete di significati condivisi. Sonsbeek non dà risposte definitive, ma apre domande e spunti su cui riflettere.
Il festival non è solo mostra. Sotto il titolo “Spiral Movements”, curato da Berber Meindertsma, si svolgeranno talk, tour, performance e incontri con gli artisti, per coinvolgere più volte i visitatori. Anche il cinema avrà un ruolo importante con “Darkness Reframed”, una rassegna di otto proiezioni tra film classici e cortometraggi d’artista, in programma ad agosto e settembre in collaborazione con Focus Filmtheater.
Sonsbeek 2026 prende le mosse dalla storia di Arnhem e dalle origini del festival, chiedendosi perché nacque nel 1949 e cosa significhi oggi fare arte in spazi condivisi. La città, segnata dalla guerra, ha vissuto una ricostruzione fisica e culturale; oggi però il contesto globale impone nuove urgenze: crisi ambientali, conflitti, migrazioni forzate.
Le curatrici propongono una memoria dinamica, non statica, da costruire, distruggere e rivedere. La mostra diventa un laboratorio aperto, dove le opere sono pezzi di un dialogo che evita risposte nette e facili. Christina Li paragona l’esperienza a una forma di tai chi: muoversi nello spazio con attenzione e delicatezza, senza forzare.
Questa apertura evita semplificazioni e mette in luce la complessità dei temi affrontati. Sonsbeek si conferma così uno spazio dove arte e comunità provano a costruire insieme nuove strade per la convivenza.
La storia di Sonsbeek è stata a singhiozzo, con pause e riprese che hanno dato un’identità sfaccettata ma hanno anche impedito una continuità organizzativa. Dal 2024, con il sostegno del Comune di Arnhem, si è avviato un rilancio strutturato per garantire una presenza più regolare e creare un archivio che conservi la memoria del festival.
Orlando Maaike Gouwenberg vuole stabilire un calendario più stabile, immaginando un’edizione ogni quattro anni, senza però perdere lo spirito di sfida e sperimentazione che da sempre caratterizza Sonsbeek. Una base organizzativa solida permetterà di ospitare diversi approcci curatoriali e di rispondere meglio ai tempi complessi in cui viviamo.
Ritrovare una struttura stabile è fondamentale per mantenere viva la vocazione del festival e per coinvolgere sempre di più la comunità locale e internazionale. Sonsbeek si presenta così come una piattaforma resistente e aperta, pronta a farsi spazio nel dibattito culturale e sociale degli anni a venire.
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