Il 4 agosto 2026 segna una svolta nel mondo dei videogiochi. Electronic Arts, colosso americano del settore, è passata sotto il controllo di un consorzio guidato dal Public Investment Fund, il fondo sovrano dell’Arabia Saudita. Accanto a lui, Silver Lake e Affinity Partners, questa ultima legata a Jared Kushner, genero di Donald Trump. L’operazione vale oltre 55 miliardi di dollari, con 20 miliardi coperti da debito. Non è solo un investimento: è un chiaro segnale della crescente ambizione di Riyadh di farsi largo nel mercato globale del gaming, in uno scenario politico e diplomatico tutt’altro che semplice.
Il Public Investment Fund, voluto e rafforzato dal principe Mohammed bin Salman, è ormai un attore centrale nel mondo dei videogiochi. Nato per sostenere aziende locali, in pochi anni si è trasformato in una vera e propria leva strategica per l’economia del regno. Per finanziare le sue mosse, il fondo ha anche gestito beni sequestrati a figure dell’opposizione, nell’ambito di una campagna anticorruzione che ha sollevato molte polemiche a livello internazionale.
Oggi il PIF detiene quote importanti in nomi come Take-Two Interactive, famoso per Grand Theft Auto, oltre a Capcom e Nintendo. Ha investito anche nel gruppo europeo Embracer e controlla organizzazioni di esport come ESL e FACEIT. Tra le acquisizioni più rilevanti ci sono gli studi di giochi mobile Scopely, creatori di Monopoly Go!, e Niantic, celebre per Pokémon Go. Inoltre, il fondo ha creato Savvy Games Group, una divisione dedicata esclusivamente al mondo videoludico.
A fianco del PIF, la Misk Foundation – altra creatura di bin Salman – controlla il 96% della storica casa giapponese SNK, nota per Metal Slug. Questa rete di investimenti mostra come l’Arabia Saudita stia puntando su diversi settori, dall’industria tradizionale al mobile, fino agli esport, con una strategia di lungo respiro.
L’ingresso massiccio dei sauditi nel mondo del gaming non è passato inosservato e ha scatenato molte critiche. Sviluppatori, giocatori e attivisti per i diritti umani parlano di “gameswashing”, ovvero l’uso dei videogiochi per ripulire l’immagine internazionale di Riyadh, distogliendo l’attenzione dalle violazioni dei diritti umani.
Un caso emblematico è quello di Games Done Quick , evento benefico molto amato dalla community, che a luglio ha rotto la collaborazione con SNK proprio per la pressione legata alla proprietà saudita. Anche Ubisoft è finita nel mirino: l’espansione gratuita di Assassin’s Creed: Mirage, ambientata ad Al-Ula – località promossa da Riyadh come meta turistica – ha scatenato polemiche. Ubisoft non ha mai confermato legami finanziari con l’Arabia Saudita, ma fonti interne e media francesi come Les Echos hanno riportato malumori tra i dipendenti.
Dietro queste accuse c’è un disagio profondo: come può un regime noto per censura e repressione politica entrare così nel tessuto culturale globale del gaming? Un interrogativo che mette in discussione gli scopi e i limiti di questi investimenti.
L’acquisizione di Electronic Arts ha acceso un dibattito acceso. EA è nota per portare avanti temi di inclusività, soprattutto verso le comunità LGBTQIA+. Serie come Mass Effect, Dragon Age e The Sims sono esempi di diversità raccontata nei giochi più popolari. Dragon Age: The Veilguard, in arrivo nel 2026, è sviluppato sotto la guida di Corinne Busche, donna transgender, un segno di apertura rara in un’azienda di queste dimensioni.
Un chiaro contrasto con le leggi saudite, dove i rapporti tra persone dello stesso sesso sono puniti con la pena di morte, nonostante qualche sporadica apertura sotto l’attuale governo. C’è il timore che Riyadh possa influenzare la cultura interna di EA, mettendo a rischio i diritti delle minoranze.
In più, l’operazione si basa su un debito di 20 miliardi, e questo fa temere tagli al personale e ai progetti, in un settore già sotto pressione per problemi economici globali.
Il termine gameswashing, però, va preso con le pinze. Giornalisti come Kareem Shaheen ricordano che spesso questi investimenti vengono visti solo attraverso una lente occidentale, che punta il dito contro Riyadh senza considerare le sfide interne al paese, come la giovane popolazione con esigenze culturali e di svago.
Gli investimenti in videogiochi, sport e intrattenimento fanno parte di una strategia più ampia per diversificare l’economia saudita, che vuole ridurre la dipendenza dal petrolio in vista della transizione energetica.
Molti governi occidentali sostengono settori culturali simili per estendere la propria influenza. L’accusa di gameswashing diventa più forte quando viene rivolta a un paese non occidentale, rivelando spesso una doppia chiave di lettura politica e culturale. Questo apre un dibattito sul ruolo dell’intrattenimento nelle relazioni internazionali e sulle responsabilità etiche delle grandi aziende videoludiche.
L’acquisto di Electronic Arts è un caso emblematico: un investimento da miliardi che porta con sé sfide economiche, culturali e politiche, segnando un cambio di passo forse definitivo nel mondo del gaming globale.
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