Per decenni, Giovanni Agostino da Lodi è rimasto un nome sfuggente, nascosto dietro l’etichetta di “Pseudo Boccaccino”. Nessuno sapeva chi fosse davvero quell’artista, se non che il suo stile richiamava la scuola lombarda del Cinquecento. Poi, all’improvviso, una tavola firmata è riemersa alla Pinacoteca di Brera. Quel gesto ha cambiato tutto. Finalmente, possiamo guardare a Giovanni Agostino come a un pittore capace di unire la solidità milanese alle sfumature veneziane. A Milano, sotto i soffitti decorati di Brera, una mostra raccoglie i suoi capolavori da musei di mezza Europa, dalla National Gallery di Londra ai palazzi francesi e italiani. Un’occasione preziosa per riscoprire un protagonista che merita davvero attenzione.
Fino a pochi anni fa, le opere di Giovanni Agostino erano attribuite a un anonimo “Pseudo Boccaccino”, un nome di comodo nato dall’analisi di uno stile che ricordava quello del famoso Boccaccio Boccaccino, ma con differenze evidenti. Si trattava di un corpus di opere sospette, legate alla stessa area geografica e allo stesso periodo, ma senza una vera certezza sull’autore. La svolta è arrivata con il ritrovamento di un’opera firmata, che ha permesso di dare un nome e un volto precisi: Giovanni Agostino da Lodi.
Il percorso è stato lungo e complesso. Lo studio attento di dettagli come la resa delle chiome di san Giovanni ha fatto emergere legami tra dipinti conservati in musei diversi. Il confronto con Boccaccio Boccaccino è sempre stato difficile, a causa di molti elementi sfumati, ma l’opera firmata ha sciolto molti dubbi. Così, Giovanni Agostino si è fatto strada come un pittore itinerante, che ha mosso i suoi passi tra Milano e Venezia, accogliendo influenze diverse e collaborando con un ambiente culturale ricco e variegato.
La formazione di Giovanni Agostino si radica nelle botteghe milanesi della fine del Quattrocento, un periodo molto fertile per l’arte lombarda. Si riconoscono in lui echi dei maestri Foppa, Butinone, Zenale e Bramantino, ma è la presenza di Leonardo da Vinci in città a segnare una svolta decisiva. L’influenza del genio fiorentino si fa sentire nel suo linguaggio pittorico, che cerca di diventare più raffinato e personale.
Negli ultimi anni del secolo, Giovanni Agostino si sposta a Venezia. Qui la sua pittura si arricchisce di nuove suggestioni. La Pala dei Barcaioli, oggi attribuita con sicurezza a lui, racconta l’incontro con la tradizione veneta, con richiami ad Antonello da Messina e Alvise Vivarini, e dialoghi con la luce e il colore di Giorgione. Nella Laguna, alla fine del Quattrocento e agli inizi del Cinquecento, circolano artisti come Dürer e Perugino. La loro presenza aiuta a capire come Giovanni Agostino sviluppi una resa più espressiva e animata, capace di cogliere piccoli dettagli carichi di sentimento.
Le tracce documentarie sull’ultimo periodo veneziano sono scarse, ma dall’analisi delle opere si ricostruiscono gli ultimi anni trascorsi in Laguna, dove l’artista si confronta con opere e figure chiave. La sua Cena in Emmaus, accostata a un dipinto di Dürer, mostra un uso originale delle luci e una composizione che richiama la Festa del Rosario del pittore tedesco.
Nel 1510 Giovanni Agostino torna a Milano, una città vivace dal punto di vista artistico, in un momento segnato dalla dominazione francese e dalla breve ripresa sforzesca. Qui si misura con artisti come Luini, Boltraffio, Bramantino e il suo maestro Bergognone. La Presentazione al tempio, realizzata con Bergognone, è la prova di una collaborazione in cui si distinguono chiaramente le due mani.
Nell’ambiente milanese ricco di stimoli, Giovanni Agostino fonde in modo originale le lezioni ricevute, creando uno stile maturo e personale. Un equilibrio che richiama le radici lombarde ma assorbe anche l’esperienza veneziana, con una nuova attenzione ai dettagli e al colore.
La Pinacoteca di Brera ospita la prima mostra monografica dedicata a Giovanni Agostino da Lodi. Nelle Sale Napoleoniche, il pubblico può seguire un percorso ampio e variegato. Al centro dell’esposizione c’è la tavoletta con i Santi Pietro e Giovanni Evangelista firmata, vero spartiacque nello studio dell’artista, che apre la strada a una lettura completa della sua opera.
Accanto a questo dipinto chiave, la mostra presenta prestiti importanti da musei come il Louvre, gli Uffizi, la National Gallery di Londra, offrendo un quadro chiaro delle influenze e dei rapporti con altri artisti. L’allestimento è arricchito da testi che cercano di fare luce sui punti ancora oscuri della vita di Giovanni Agostino, dalle origini fino alla sua maturità.
Non mancano i disegni, che mostrano la perizia tecnica e la capacità di ritrarre figure e studi fisionomici con precisione e vivacità. Questi lavori su carta rivelano una formazione solida e una grande attenzione all’osservazione, vicina alle sperimentazioni di Leonardo da Vinci, completando il ritratto di un maestro a lungo sottovalutato e oggi finalmente riconosciuto per la complessità e la qualità della sua arte.
Giovanni Agostino da Lodi è un caso emblematico delle difficoltà che incontra chi studia la pittura rinascimentale lombarda. Essere contemporaneo di giganti come Leonardo e Giorgione rende la sua storia artistica ricca e complessa, ma anche complicata da ricostruire.
La mostra milanese del 2026 si presenta come un appuntamento decisivo per la critica e per il pubblico, offrendo non solo un’esposizione delle sue opere, ma anche un contatto diretto con la collezione storica di Brera. Così emerge il ritratto di un pittore itinerante, capace di trasformare influenze e modelli in un linguaggio proprio, con segni riconoscibili e una personalità forte, finalmente restituito al patrimonio culturale italiano.
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