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Alessandra Santacroce (IBM): l’impatto sociale della tecnologia e il Patto per la Tecnologia Inclusiva

In Italia, ogni anno nascono meno bambini. È un dato che pesa, un segnale chiaro di un Paese che fatica a immaginare un domani condiviso. Intanto, la tecnologia corre a ritmi serrati, trasformando il nostro modo di vivere, lavorare, comunicare. Ma cosa accade quando questa corsa lascia indietro le persone? Alessandra Santacroce, consigliera di Valore D e direttrice delle relazioni istituzionali di IBM, lancia un avvertimento diretto: “serve un dialogo autentico, una collaborazione concreta tra imprese, università e istituzioni.” Solo così si possono affrontare le sfide e cogliere le opportunità della rivoluzione digitale. Da questa esigenza prende forma il Patto per la Tecnologia Inclusiva, un progetto che vuole ridisegnare l’innovazione, non come semplice efficienza, ma come un percorso di valore condiviso e inclusione.

Il Patto per la Tecnologia Inclusiva: un progetto ambizioso e concreto

Spesso in Italia i problemi sociali e tecnologici si affrontano a pezzi, con gruppi di lavoro che restano chiusi nel loro ambito. Il Patto per la Tecnologia Inclusiva, promosso da Valore D con il coinvolgimento di grandi aziende e istituzioni, vuole fare la differenza. Non si tratta solo di parlare di cosa può fare la tecnologia, ma di capire come impatta davvero sulla società.

Il lavoro del gruppo si concentra su quattro punti chiave. Prima di tutto, evitare che parti della popolazione restino tagliate fuori dal mondo digitale. Poi, potenziare le competenze digitali di domani, soprattutto pensando a un mercato del lavoro in continua evoluzione. Terzo, valorizzare progetti concreti, replicabili, che dimostrino come la tecnologia possa favorire coesione e crescita sociale. Infine, diffondere una cultura della responsabilità tecnologica, perché l’adozione di nuovi strumenti avvenga sempre con consapevolezza e rigore etico.

Il Patto non è solo parole: si basa su una collaborazione concreta tra aziende di settori e dimensioni diverse, università e istituzioni. Un modello che va oltre la semplice consultazione, puntando a risultati tangibili per il tessuto produttivo e sociale italiano.

Imprese e istituzioni insieme per una tecnologia responsabile

Tra i protagonisti ci sono nomi importanti come Accenture, Cassa Depositi e Prestiti, Fastweb, Vodafone, IKEA, Leonardo e Unicredit. Un mix che copre tutta la filiera tecnologica: da chi crea l’innovazione a chi la porta sul mercato, fino a chi ne vive le conseguenze nella vita di tutti i giorni. Questo confronto diretto aiuta a capire bene i problemi e a trovare soluzioni efficaci.

Le aziende non sono solo consumatrici di tecnologia, ma attori che devono assumersi responsabilità e avere una visione strategica. Il Patto punta proprio a sperimentare soluzioni concrete, che siano efficaci e sostenibili, con un impatto positivo su dipendenti, fornitori e clienti. Così le imprese diventano veri laboratori di innovazione sociale, cercando di evitare che il progresso digitale allarghi le disuguaglianze.

Anche il ruolo delle istituzioni è fondamentale. Le leggi danno le regole del gioco, ma senza un ambiente e una cultura che le facciano funzionare rischiano di restare carta. L’incontro a Roma tra CEO e rappresentanti istituzionali dimostra come il tema sia ormai al centro dell’agenda politica ed economica, soprattutto per le sfide legate all’intelligenza artificiale.

Competenze digitali e inclusione: il cuore del lavoro che cambia

Un tema cruciale è preparare persone e imprese ai cambiamenti che la tecnologia porta con sé. Gli ultimi anni hanno mostrato che non basta saper usare gli strumenti digitali, serve anche una consapevolezza più profonda e un senso di responsabilità. Garantire a tutti, senza distinzioni di genere, cultura o età, l’accesso a queste competenze è una priorità.

Il Tavolo lavora su progetti concreti: strumenti pratici, linee guida e corsi formativi pensati anche per le piccole e medie imprese. Queste ultime sono il cuore dell’economia italiana, spesso con risorse limitate, ma giocano un ruolo decisivo nell’adozione della tecnologia sul territorio. Condividere esperienze e buone pratiche aiuta a evitare errori e a spingere l’innovazione in modo umano e competitivo.

Dietro tutto c’è la consapevolezza che le competenze digitali sono una nuova forma di welfare, capace di ridurre disuguaglianze e sostenere crescita economica e sociale. Solo così si può evitare che la tecnologia diventi uno strumento di esclusione.

La tecnologia come motore di crescita per l’Italia

L’obiettivo più grande del Patto è mettere in moto una crescita che sia sostenibile e resistente. Innovazione e inclusione devono andare di pari passo, creando valore economico ma senza dimenticare le persone che vivono e lavorano dentro questo cambiamento.

L’esperienza italiana insegna che senza un intervento rapido, il progresso tecnologico rischia di accentuare le disuguaglianze e rendere più difficile l’integrazione sociale. Le rivoluzioni industriali del passato ci ricordano che bisogna governare la tecnologia, non subirla.

Il successo dipende dalla capacità delle organizzazioni di integrare la tecnologia nei processi aziendali, accompagnandola con formazione continua, visione strategica e responsabilità etica. Solo così l’innovazione può davvero migliorare la vita delle persone.

Al centro di questa sfida c’è un bivio culturale, prima ancora che tecnologico. Il futuro dell’Italia dipenderà dalla volontà di costruire spazi inclusivi dove tecnologia e umanità si incontrano e si rafforzano a vicenda. Il Patto per la Tecnologia Inclusiva è un passo importante in questa direzione.

Redazione

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