“Il vero rischio è perdere il controllo,” ha avvertito Alessandra Poggiani, direttrice generale di Cineca, parlando dell’uso crescente dell’intelligenza artificiale nelle banche. Nel 2026, il settore finanziario si trova a un bivio: abbracciare l’innovazione digitale o difendere la propria sovranità tecnologica. Le banche, infatti, si affidano sempre più a piattaforme AI esterne per restare competitive, ma questo comporta un prezzo alto: mettere a repentaglio dati sensibili e competenze strategiche. In un mondo dove i dati valgono più dell’oro, mantenere il controllo sulle tecnologie non è più un’opzione, ma una necessità per proteggere sicurezza e autonomia.
Supercalcolo e quantum computing: le fondamenta della banca digitale
L’intelligenza artificiale più avanzata si regge su infrastrutture di calcolo potentissime. Cineca, al centro del supercalcolo italiano ed europeo, esegue miliardi di miliardi di operazioni al secondo. Una quantità di dati che su macchine tradizionali richiederebbe giorni, qui si elabora in poche ore. Questa potenza è indispensabile per ogni fase dell’AI generativa, dall’addestramento dei modelli all’interpretazione in tempo reale di dati complessi.
Al momento, le architetture HPC assicurano velocità e affidabilità. Ma sullo sfondo si intravede il quantum computing, capace di portare il calcolo a livelli finora impensabili. Questo accelererà l’adozione dell’AI, permettendo analisi predittive più precise e nuove applicazioni nel mondo finanziario. Ma apre anche la strada a una corsa globale su tecnologia, governance e sicurezza.
I pericoli dell’intelligenza artificiale generativa commerciale nelle banche
C’è un paradosso nel modo in cui funzionano gli algoritmi generativi. Strumenti come ChatGPT o Claude migliorano grazie ai dati che ricevono dagli utenti. Se una banca usa questi software esterni per analisi o decisioni, rischia di fornire informazioni sensibili sui propri processi e competenze. In pratica, perde il controllo su dati critici che finiscono per alimentare modelli gestiti da società terze.
Alessandra Poggiani parla di una “grammatica organizzativa” che comprende processi, flussi e metodi interni. Nei settori regolamentati e strategici come quello bancario, questa dinamica è una minaccia per privacy e sicurezza industriale. Affidarsi a soluzioni AI esterne significa esporsi a vulnerabilità reali, aggravate dalla mancanza di controllo diretto sulle infrastrutture tecnologiche.
Sovranità digitale: una battaglia che va oltre l’economia
La competizione tecnologica non è solo una questione economica, ma anche geopolitica. Controllare e sviluppare tecnologie digitali avanzate è diventato un fattore chiave per la sovranità di uno Stato o di un’area economica. Oggi il concetto di sovranità si estende oltre i confini fisici, includendo il controllo sui dati, sugli algoritmi e sulle infrastrutture informatiche.
Per le banche, che gestiscono dati delicatissimi e funzioni cruciali, significa puntare su infrastrutture e modelli AI proprietari sotto controllo nazionale o europeo. Solo così si può garantire sicurezza e riservatezza, proteggendo il patrimonio digitale dall’erosione causata dall’uso di algoritmi esterni. Creare ecosistemi tecnologici autonomi è una strategia per limitare i rischi e rafforzare la resilienza del sistema finanziario.
Modelli interni e infrastrutture sicure: la strada per proteggere il settore
Per difendere la sovranità digitale, le banche devono sviluppare soluzioni AI interne o con partner tecnologici nazionali ed europei, evitando la dipendenza da piattaforme globali. Diventa così fondamentale dotarsi di infrastrutture di supercalcolo dedicate e protette.
Questi sistemi permettono di controllare a fondo ogni fase, dall’addestramento all’uso degli algoritmi, riducendo il rischio di cedimenti accidentali di dati riservati. Modelli specifici, creati su misura per il banking, aiutano a coniugare efficienza e requisiti severi di sicurezza, privacy e conformità.
L’Europa sta spingendo in questa direzione, promuovendo lo sviluppo di tecnologie e piattaforme sovrane. L’obiettivo è creare un ambiente competitivo in cui le banche italiane ed europee restino protagoniste della rivoluzione digitale senza perdere autonomia né mettere a rischio i dati.
Il fintech italiano tra crescita e ostacoli
Il settore fintech in Italia ha fatto passi avanti negli ultimi anni. A fine 2024, le startup attive sono circa 600, con nomi come Satispay, Scalapay e Credimi in prima linea. Le realtà innovative hanno rafforzato collaborazioni industriali e finanziarie, aumentando investimenti e ricavi, anche se il numero di nuove iniziative si è leggermente ridotto.
Resta però una sfida importante: trovare capitali sufficienti per crescere e passare dalla sperimentazione all’industrializzazione. Le startup devono adattarsi a mercati e regole sempre più rigide, soprattutto per competere con le banche tradizionali che si stanno digitalizzando.
In questo scenario, stringere alleanze strategiche e puntare su tecnologie emergenti come l’intelligenza artificiale e la blockchain è fondamentale per restare sul mercato e continuare a innovare.
Le tecnologie che spingono il fintech nel 2026
Tra il 2024 e il 2026, le tecnologie chiave per il fintech sono le API, adottate dalla maggior parte delle startup, e l’intelligenza artificiale, presente in quasi la metà dei progetti. Tra le novità più interessanti c’è l’uso crescente dell’AI generativa, soprattutto per migliorare i processi di back-office e la gestione dei dati.
La blockchain continua a guadagnare terreno, soprattutto per la sicurezza e la trasparenza nelle transazioni. L’Internet of Things apre nuove strade per raccogliere dati finanziari e gestire in modo intelligente le risorse.
Questi strumenti permettono analisi più accurate, una gestione del rischio in tempo reale e modelli di business più flessibili, migliorando anche l’esperienza dei clienti e la personalizzazione dei servizi.
Open banking e pagamenti digitali: la rivoluzione nei servizi finanziari
L’Open Banking, avviato in Europa con la direttiva PSD2 del 2018, ha aperto le API bancarie anche a fintech e operatori esterni, aumentando l’interoperabilità e la concorrenza nel settore. Oggi quasi metà degli italiani usa conti collegati ad app e servizi fintech, segno di una diffusione ormai consolidata.
Dal 2025, con il regolamento FIDA, entrerà in scena l’Open Finance, che allargherà la condivisione dati a un ventaglio più ampio di prodotti finanziari, includendo assicurazioni, investimenti e altro.
Nel frattempo, i pagamenti digitali stanno superando il contante, una novità registrata già nel 2024. Nel settore assicurativo, modelli mobile-first, abbonamenti e soluzioni tokenizzate stanno rivoluzionando incassi e rimborsi, rispondendo alle esigenze di semplicità e velocità soprattutto dei più giovani.
Le assicurazioni alle prese con clima, demografia e cybersecurity
Le compagnie assicurative si trovano di fronte a nuove sfide. Il rischio climatico è ormai una priorità: quasi l’80% offre prodotti specifici contro eventi naturali come terremoti, alluvioni e grandinate. Questi prodotti crescono e si integrano sempre più con polizze multirischio.
La cybersecurity è un settore in crescita, con offerte dedicate a malware, ransomware e interruzioni di servizio, anche se la domanda è ancora contenuta.
L’invecchiamento della popolazione porta a un aumento dei prodotti Long Term Care, accompagnati da servizi di assistenza domiciliare e gestione della cura, per rispondere ai bisogni di una società che invecchia.
Banking-as-a-Service: innovazione e inclusione finanziaria
Il Banking-as-a-Service permette alle banche di offrire servizi finanziari via cloud e API a terzi come fintech e aziende digitali, che così propongono prodotti bancari senza licenze proprie. Questo modello allarga l’ecosistema finanziario e facilita l’accesso ai servizi per nuove categorie di clienti, soprattutto giovani e utenti digitali.
Il successo del BaaS si basa sulla collaborazione tra banche tradizionali e operatori fintech. Le banche accelerano lo sviluppo, mentre i partner portano agilità e innovazione.
A differenza dell’Open Banking, nel BaaS le terze parti non detengono fondi o dati dei clienti, ma agiscono come intermediari sotto la supervisione della banca.
Investimenti globali e la posizione italiana nella rivoluzione digitale bancaria
Tra il 2013 e il 2017, le maggiori banche mondiali hanno investito oltre 100 miliardi di dollari in fintech, con giganti come Goldman Sachs, CitiBank e J.P. Morgan che si sono concentrate su pagamenti, sicurezza e prestiti.
Le banche italiane invece sono indietro. Pur con il 70% che collabora con startup fintech e investimenti tecnologici che hanno raggiunto 4,5 miliardi di euro, la scala resta piccola rispetto ai leader globali.
Per recuperare terreno servono strategie mirate che uniscano investimenti, innovazione tecnologica e sviluppo di competenze interne, indispensabili per affrontare la trasformazione digitale ormai inevitabile.
Fintech italiano: diversificare per rispondere alle nuove esigenze
Le startup fintech operano in molti campi: pagamenti digitali, gestione patrimoniale, prestiti peer-to-peer e assicurazioni digitali , sfruttando tecnologie come blockchain, regtech e cybersecurity.
In Italia l’insurtech conta circa 86 realtà attive, che stanno innovando polizze e processi assicurativi. I pagamenti digitali hanno raggiunto livelli record, confermando la spinta verso modelli di business digitali e personalizzati.
L’espansione di Open Banking e strumenti digitali sta cambiando profondamente il rapporto tra clienti, banche e tecnologia, creando un ecosistema finanziario sempre più integrato e innovativo.
