Un passo dentro “El glaciar ido” cambia tutto. Non è una semplice installazione da ammirare, ma uno spazio da attraversare, toccare, sentire addosso. Cecilia Vicuña ha trasformato la Manica Lunga del Castello di Rivoli in un paesaggio sospeso tra lana grezza, bambù e spago, un intreccio fragile che sembra trattenere la memoria di qualcosa ormai perduto. Ogni filo che sfiora la pelle, ogni piccolo fiocco che resta appeso ai vestiti è un segno, un’eco del tempo e del territorio che l’artista cilena – poeta e attivista, nata nel 1948 – racconta con una delicatezza intensa. Qui, a Torino, non si visita solo una mostra: la si vive.
Il quipu senza nodi: un simbolo di memoria spezzata
Al centro dell’installazione c’è un quipu acostado, cioè un sistema di corde andine stese orizzontalmente, ma senza i nodi che in origine servivano a registrare informazioni. Un dettaglio che non è casuale. Nella cultura degli Inca, il quipu era uno strumento per contare e raccontare storie, un modo di tramandare conoscenze. Ma con la conquista coloniale, questa pratica fu brutalmente cancellata: i quipu e chi li usava vennero perseguitati, uccisi, cancellando pezzi interi di memoria collettiva. Così il quipu senza nodi non è più un codice da leggere, ma un segno di assenza e silenzio imposto.
Vicuña racconta questa ferita storica in modo diretto: la distruzione di quel sapere è stata violenta e radicale, e il dolore continua a farsi sentire. La sua opera, costruita con materiali naturali come lana e bambù, vuole raccogliere questo vuoto, ma anche portare speranza. «Fare un quipu è un atto di speranza», spiega l’artista, un invito a una conoscenza che non segue una linea precisa, a una comunicazione che si percepisce più che si spiega. Nel camminare dentro l’opera, il visitatore non vede solo un oggetto d’arte, ma tocca con mano quell’eredità spezzata e il lavoro per ricostruirla.
Al Castello di Rivoli: arte e natura in dialogo
Non è un caso che “El glaciar ido” sia ospitata nella Manica Lunga del Castello di Rivoli. Il legame con il luogo è profondo: il castello si trova su resti morenici lasciati da antichi ghiacciai, che hanno modellato il paesaggio del Piemonte e i laghi di Avigliana. Questi ghiacciai ormai scomparsi diventano un simbolo potente della mostra: non si parla solo di natura, ma di un patrimonio dimenticato e di una storia sciolta nel tempo.
La curatrice Marcella Beccaria sottolinea come l’installazione richieda un’esperienza immersiva, non frontale. Il pubblico deve camminare nello spazio, sentire la lana, percepire il suo leggero movimento, persino il suo odore. Tutto questo spinge a una fruizione lenta e partecipata, lontana dalla semplice contemplazione.
L’idea di portare un quipu acostado nel cuore del castello nasce da un ascolto attento del territorio, unendo l’arte contemporanea a una riflessione profonda su natura, memoria e cambiamento. Il legame con il luogo si estende anche alla collaborazione con l’Accademia Albertina, dove gli studenti hanno contribuito a realizzare opere collettive come “Quipu Canoa”, donate agli elementi naturali di sole, vento e acqua.
Ecologia e attivismo nei fili di Cecilia Vicuña
Per Cecilia Vicuña, ambiente, femminismo e attivismo non sono etichette, ma materia viva e costante del suo lavoro artistico e poetico. La scelta di materiali naturali e biodegradabili — lana, bambù, spago — testimonia un percorso coerente, dove sostenibilità e estetica si intrecciano. Niente plastica o materiali sintetici: un’attenzione che riduce l’impatto ambientale e diventa parte del messaggio.
Prima di iniziare l’installazione, l’artista ha compiuto un gesto simbolico, andando ai piedi del Monte Bianco per chiedere «permesso alla montagna». Un rituale che sottolinea l’assenza di separazioni tra uomo, natura e arte in questa mostra. Montagna, neve e storia geologica diventano interlocutori di un dialogo profondo e rispettoso, da cui l’opera prende vita.
Il lavoro di Vicuña evita ogni didascalismo ambientale. L’opera si presenta come una “basurita”, un piccolo resto raccolto durante le sue camminate, che riassume il concetto di Arte Precario nato negli anni Sessanta. Qui quel fragile quipu sospeso sembra sciogliersi e rigenerarsi nel tempo, mutare con il passaggio del pubblico che non è più solo spettatore, ma parte integrante dell’opera.
Un’esperienza da vivere: memoria e perdita che si toccano
“El glaciar ido” non si limita a farsi ammirare, ma chiede di essere vissuta con il corpo e i sensi. L’assenza di nodi e la frammentarietà sono moniti sulla perdita di memoria e attenzione verso il mondo che ci ospita. Sono segnali che superano la scomparsa fisica dei ghiacciai, parlano anche delle vittime delle dittature, degli esclusi, dei silenzi imposti da regimi repressivi, che interrompono la trasmissione del sapere.
La Manica Lunga ospita così un quipu vivo, fragile, che si muove con l’aria e con il passaggio di chi lo attraversa. La curatrice Beccaria ricorda quanto sia importante restituire al pubblico non solo storie o dati, ma un’esperienza sensoriale, invitando a capire che la memoria si costruisce anche con la relazione e con l’attenzione.
La mostra resta aperta fino al 20 settembre 2026: un tempo lungo, che consegna l’opera a una vita fatta di continui mutamenti e presenza collettiva. Tra lana, bambù e spago, “El glaciar ido” intreccia il destino di un passato cancellato, di un presente fragile e di un futuro tutto da immaginare.
