Ottocento anni dalla morte di Francesco d’Assisi: una rivoluzione artistica e spirituale
Ottocento anni sono passati dalla morte di Francesco d’Assisi, spirato nella piccola Porziuncola, quel luogo che ancora oggi richiama pellegrini da tutto il mondo. Non fu solo una fine, ma l’inizio di un’eredità che ha segnato fede e cultura in modo profondo. Francesco non era soltanto un santo: fu un uomo capace di trasformare il cristianesimo e, con esso, il modo di raccontare la spiritualità attraverso l’arte. A Perugia, nella Galleria Nazionale dell’Umbria, una mostra mette in luce proprio questo legame. Al centro ci sono Giotto e i suoi allievi, le loro opere che raccontano la vita del Poverello e insieme riflettono la rivoluzione artistica del Trecento. Un intreccio tra la scuola umbra e quella senese che ancora oggi parla con forza.
A fine Duecento, costruire la Basilica di San Francesco ad Assisi era un’impresa colossale, voluta dal Papato per conservare le reliquie del santo. Inaugurata nel 1230, la chiesa doveva diventare un simbolo universale, ma la decorazione pittorica cominciò solo decenni dopo, nel 1288, grazie a Papa Niccolò IV. Quel cantiere divenne un laboratorio d’arte, attirando i migliori maestri romani, tra cui Cimabue, una figura di rilievo nel panorama artistico dell’epoca. È qui che compare il giovane Giotto di Bondone, pronto a dare una svolta al linguaggio pittorico, cercando una rappresentazione più vera della natura, lontana dalla tradizione bizantina.
Giotto arriva ad Assisi intorno al 1290 e si concentra sulle Storie di Isacco, un ciclo che mostra i primi segni della rivoluzione che lo renderà celebre. I suoi dipinti rompono gli schemi tradizionali, avvicinandosi all’umano e al naturale con una sensibilità nuova. Ancora acerbo, Giotto dimostra già un grande slancio verso un’arte più realistica e intensa.
Questo nuovo modo di vedere l’arte segnerà tutta la decorazione della Basilica, con Giotto impegnato per decenni, anche se spesso attraverso la sua bottega. Nasce così una “maniera latina” che si diffonderà ben oltre l’Umbria, influenzando molti artisti e rafforzando il gusto figurativo del Trecento.
Alla Galleria Nazionale dell’Umbria una mostra raccoglie alcune delle opere più significative del Giottismo umbro, provenienti da musei e collezioni di tutto il mondo. Tra le prime opere si distingue la Madonna di San Giorgio alla Costa, un dipinto giovanile dove si sente già il segno realistico di Giotto. La dolcezza dei volti e il gioco di luci e ombre introducono il visitatore nell’universo emotivo dell’artista.
Il Polittico di Badia è un altro pezzo importante, con i suoi scomparti gotici e la composizione innovativa, una tappa fondamentale nell’evoluzione della pittura sacra. Accanto a questi capolavori, la mostra presenta una ricca selezione di immagini devozionali diffuse tra Umbria, Marche e Toscana, spesso opera di maestri anonimi come il Maestro di Cesi o il Maestro della Croce di Gubbio. Grazie agli studi più recenti, emergono anche attribuzioni più precise, come quella di Palmerino di Guidi, legato al Maestro di Santa Chiara.
Questa parte della mostra prova a fare luce su un panorama artistico complesso, dove l’eredità di Giotto convive con le peculiarità regionali, raccontate dai diversi interpreti locali.
Il percorso prosegue con uno sguardo alla svolta gotica che coinvolse la Basilica Inferiore di Assisi. Qui, l’arrivo dei maestri senesi porta un gusto diverso, più ricco e decorativo, legato a un mondo nobiliare e cortese. Le scene si fanno più elaborate, con figure ornate e ambientazioni eleganti.
Simone Martini domina questa fase con le sue Storie di San Martino, immerse in un contesto ricco di dettagli preziosi. Il suo stile raffinato si distingue dalla sobrietà di Giotto, con tessuti ricchi e ornamenti sobriamente preziosi. In mostra c’è anche la sua Madonna col Bambino per Orvieto, esempio di quel gusto senese.
Accanto a lui c’è Pietro Lorenzetti, che con un tocco più diretto evita la sfarzosità, proponendo un modello vicino al naturalismo di Giotto ma con un chiaroscuro più morbido. Le differenze tra i due confermano un panorama artistico in fermento, frutto della contaminazione tra culture artistiche e religiose dell’Italia centrale.
L’ultima fase della decorazione si concentra sulla Basilica Inferiore, dove le opere si fanno più dense e cariche di spiritualità, in stretto rapporto con le reliquie di San Francesco. Qui Giotto e la sua bottega firmano gran parte delle Storie dell’Infanzia di Cristo, dei Miracoli, del Gloriosus Franciscus e delle Allegorie Francescane.
Tra i pezzi più importanti in mostra c’è il frammento della Testa femminile, unico sopravvissuto della Gloria Celeste che un tempo decorava l’abside: un volto raffinato e misterioso, che dialoga con le vetrate realizzate da artisti come il Maestro di Figline, identificato e legato a nome e stile dagli ultimi studi.
Altri protagonisti di questa fase sono Palmerino di Guidi, attivo anche nella Cappella della Maddalena, e Puccio Capanna, la cui mano dolce e innovativa è ben rappresentata da un frammento d’affresco diventato il simbolo stesso della mostra.
L’itinerario in Galleria guida il visitatore a capire il legame profondo tra arte e fede, invitando infine a visitare Assisi per vedere con i propri occhi i luoghi e le opere di questa rivoluzione pittorica e spirituale.
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Perugia ospita fino al 14 giugno 2026 “Giotto e San Francesco. Una rivoluzione nell’Umbria del Trecento” alla Galleria Nazionale dell’Umbria, corso Vannucci 19. Un evento che mette in luce due protagonisti straordinari dell’arte e della cultura religiosa.
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