Nel 2025, Vincenzo Ostuni ha sorpreso tutti con il suo Faldone, un’opera che ha sfidato ogni tentativo di definizione. Non è sparito dalla scena letteraria, come qualcuno potrebbe pensare. Anzi, torna prepotente, candidato al Premio Strega Poesia 2026. Ostuni non è solo poeta: è anche editore, e questa doppia vita plasma il suo modo di concepire la poesia, non come un testo fisso, ma come qualcosa di vivo, in continua trasformazione. Leggere il Faldone significa immergersi in un flusso che cambia forma, scoprendo un rapporto profondo e spesso complicato tra autore e parola.
Parlare del Faldone non è semplice, neanche per gli esperti. Non è una raccolta chiusa, né un testo fisso: poesie, parole, persino la punteggiatura si modificano, seguendo regole che possono essere casuali o precise. È come un organismo in continua evoluzione. Dal primo lavoro di Ostuni su questo progetto, l’unica cosa che è rimasta immutata è il titolo: Faldone, senza articolo. Un nome che non indica solo un libro, ma quasi un genere a parte, una sorta di Canzoniere moderno, un’opera aperta e unitaria.
Questo approccio rende il Faldone un esperimento letterario raro. A differenza delle raccolte tradizionali, dove si cerca ordine e forma definitiva, qui il testo si muove, si trasforma davanti agli occhi del lettore. Non si tratta di semplici variazioni grafiche, ma di cambiamenti che alterano la percezione stessa del testo, la sua continuità e il senso. Il risultato è quasi musicale: i testi sono come temi e variazioni, sempre in divenire.
Ostuni non è solo poeta, ma anche responsabile editoriale per Ponte alle Grazie. Non è un equilibrio facile da mantenere. L’autore stesso confessa di sentirsi a disagio sia quando scrive sia quando cura i testi degli altri. Per lui la poesia non è un piacere immediato, ma una sfida continua, un confronto spesso duro con se stesso e con il mondo. La sua scrittura ha un valore quasi rituale, un modo per affrontare idee e realtà con un linguaggio che ha qualcosa di magico.
Sul fronte editoriale, il disagio nasce dalla tensione tra il rigore critico necessario e le pressioni commerciali del mercato del libro. Lavorare sulle opere altrui significa fare scelte che spesso si scontrano con le logiche di mercato o con la qualità letteraria. Questo fa emergere un conflitto etico e personale, che racconta bene la complessità dell’editoria oggi, fatta di compromessi e sfide quotidiane. In questo doppio ruolo, Ostuni ha una visione unica della creazione poetica e della sua diffusione.
Pochi sanno che Ostuni ha detenuto per anni il record italiano a Campo Minato, il famoso gioco su Windows. Questa curiosità racconta molto del suo modo di lavorare con la poesia. Dice lui stesso che scrivere il Faldone e giocare a Campo Minato richiedono abilità simili: rapidità nel riempire spazi, capacità di muoversi velocemente tra le opzioni.
Comporre un poema complesso e frammentato come questo richiede agilità decisionale, sia istintiva che tecnica, proprio come il gioco che chiede velocità e precisione. La scrittura diventa così un processo attivo, un movimento creativo che si sviluppa mentre si crea, lontano da schemi rigidi. Il gesto dell’autore si ispira a dinamiche che sono insieme ludiche e molto metodiche.
Entrare tra i finalisti del Premio Strega Poesia 2026 è una tappa importante per Ostuni. Il Faldone, un libro impegnativo di oltre ottocento pagine, guadagna così maggiore visibilità nel panorama letterario italiano. Il poeta racconta una certa distanza dal suo lavoro, come se quel volume avesse una vita propria. Per lui conta che il libro venga “mandato in viaggio” e accolto dai lettori, più che il riconoscimento personale.
Questo premio mette anche in luce la scelta coraggiosa di una casa editrice come Il Saggiatore, che ha creduto in un testo denso e complesso, arricchito da un’ampia parte critica. C’è gratitudine verso chi ha sostenuto un progetto fuori dagli schemi. Il riconoscimento non è solo un traguardo personale, ma un modo per dare respiro e valore a un lavoro che sfida le regole dell’editoria contemporanea.
Il Faldone non è nato da poco. Ostuni ha cominciato a lavorarci fin dagli anni ’80, quando era ancora adolescente. Già allora organizzava appunti e temi in gruppi, anche se in modo meno definito. Nel 1991 ha preso forma quella che lui chiama “un unico poema metafisico”, un esperimento che da allora ha continuato a evolversi.
Curioso che il nome Faldone sia apparso solo negli anni ’90, come a segnare un punto di svolta in un progetto che era già in movimento da tempo. Grazie a vecchi quaderni, Ostuni ha ritrovato riferimenti fondamentali per la costruzione dell’opera. Il lavoro costante ha dato vita a un testo stratificato, un monumento poetico che nel tempo ha raccolto saggi, appunti e riflessioni, tutti parte integrante del corpo stesso del libro.
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