Ogni giorno siamo circondati da immagini, eppure raramente ci fermiamo a pensare a cosa le compone davvero. Sara Benaglia, ricercatrice e curatrice di Bergamo, rovescia questa prospettiva. Nel suo libro “Immagini infestate. Ecologie tossiche della fotografia” , non parla solo di fotografie come oggetti da guardare, ma di sostanze, tempo e ambiente che le attraversano. La fotografia diventa così un organismo vivo, in continuo divenire, intrecciato con l’arte, l’archivio e la teoria visiva. Un racconto che sfida la superficie per svelare ciò che si nasconde dietro ogni immagine.
Per Benaglia la fotografia non è solo qualcosa da guardare, ma un oggetto fatto di materiali che si trasformano continuamente. La fotografia analogica nasce da un mix complesso di sostanze chimiche e elementi naturali: argento, sali, plastica, carta. Questi materiali si consumano, si alterano con il tempo, e spesso questo aspetto viene ignorato dalla storia ufficiale dell’arte e della fotografia. Solo mettendo al centro questa dimensione fisica possiamo capire che le immagini sono eventi materiali, che accadono nel mondo e dentro il mondo.
L’autrice mette in discussione l’idea tradizionale che vede la fotografia solo come questione di significato e sguardo, spostando l’attenzione su ciò che rende possibile quell’immagine dal punto di vista chimico e ambientale. Questo cambio di prospettiva apre a una nuova lettura, che include agenti umani e non, superando la centralità storica dell’osservatore per aprire una riflessione ecologica sulle immagini come materiali fragili e vulnerabili.
Benaglia introduce l’ecologia come chiave per capire come funziona la fotografia. Non solo come tema ambientale, ma soprattutto come modo di pensare le relazioni tra elementi diversi – chimici, tecnologici, biologici e sociali – che contribuiscono a creare e trasformare le immagini. Questa prospettiva rompe la vecchia gerarchia che mette l’uomo sempre al centro, riconoscendo invece l’“azione” della materia fotografica, un concetto che ha trovato eco anche in studiosi come Jane Bennett e Joanna Zylinska.
Con le trasformazioni tecniche di oggi, questo approccio diventa fondamentale. Post-fotografia, intelligenza artificiale e l’esplosione delle immagini digitali stanno cambiando radicalmente il modo in cui produciamo, conserviamo e raccontiamo le immagini. Benaglia invita a usare strumenti come l’archeologia e l’ecologia dei media per vedere la fotografia non come qualcosa di fisso, ma come un organismo vivo, fatto di materiali e tecnologie che si evolvono continuamente. Così si capisce che le immagini non sono solo ciò che mostrano, ma anche le tracce che lasciano nell’ambiente che le ospita.
Benaglia sposta il discorso dalla staticità dell’immagine alla sua natura in divenire. Le fotografie sono configurazioni visive che cambiano nel tempo, la loro forma non è mai definitiva. Guardando da vicino, emergono fenomeni come scolorimenti, ossidazioni e altre alterazioni che trasformano il modo in cui percepiamo l’immagine. Osservare una stampa fotografica significa leggere un oggetto con una sua storia materiale e temporale, simile all’invecchiamento di un corpo.
Da qui nasce una nuova sensibilità verso la fotografia, che ci invita a riconoscere la sua instabilità. Invece di concentrarsi solo sull’osservatore, il libro punta sul concetto di visione come rapporto tra luce, ambiente, corpi e tecnologie. La percezione diventa così una soglia ecologica, dove natura e cultura si intrecciano.
La materia della fotografia ha un peso reale e dura nel tempo. Questo peso ci spinge a ripensare come conserviamo e tuteliamo le immagini, perché i tradizionali metodi che considerano l’opera come qualcosa di fisso e immutabile non bastano più. Se l’immagine cambia, servono nuovi modi per proteggerla e usarla, che ne riconoscano la natura fluida e dinamica.
Il titolo provocatorio “La fotografia è morta”, scelto da Sara Benaglia, va letto come una metafora di uno stato sospeso, una sorta di “zombie” visivo. La tecnologia che ha definito la fotografia tradizionale si sta sgretolando, ma la pratica resta viva nei musei, nelle piattaforme digitali e nel sistema culturale che continua a riproporre e moltiplicare le immagini del passato. Da qui nasce una tensione profonda tra il cambiamento tecnico e la conservazione istituzionale.
Benaglia richiama il concetto di hauntologia, uno spettro che abita il presente. La fotografia è una presenza ambigua: un medium che consuma risorse naturali e ambientali, ma che è anche patrimonio culturale da proteggere. La sua materia ci obbliga a riflettere sulle conseguenze ecologiche della produzione e diffusione delle immagini. Un esempio nel libro è il “Viaggio in Italia”, simbolo di questa contraddizione: immagini di paesaggi e architetture che però nascondono territori sfruttati e risorse esaurite.
La riflessione di Sara Benaglia ci spinge a guardare oltre l’apparenza, a pensare al futuro dell’immagine tenendo conto della materia che la compone e dell’ambiente che la sostiene.
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