Nel cuore della Dancalia, terra divenuta famosa come la “porta dell’inferno”, Raimondo Franchetti si mosse tra sabbie infuocate e segreti nascosti. Non era un semplice viaggiatore né un collezionista di storie: Franchetti incarnava l’ultimo vero esploratore, quello che ancora affrontava l’ignoto con coraggio e determinazione. Tra deserti inospitali e fitte trame politiche, la sua vita si svolse all’incrocio tra scoperte straordinarie e intrighi oscuri, in un’Africa poco conosciuta e spesso dimenticata. Spesso oscurato dai grandi nomi dell’esplorazione, il suo racconto resta un affresco potente di un’epoca che segnò il tramonto delle grandi avventure nei territori selvaggi.
Un’infanzia che spingeva verso l’ignoto
Raimondo Franchetti nacque nel 1889 in una famiglia aristocratica, figlio del barone Alberto Franchetti e della contessa Margherita Levi. Cresciuto in un ambiente agiato, alternava lo studio alle prime letture appassionate dei romanzi di Emilio Salgari, che probabilmente alimentarono la sua voglia di avventura. Dopo aver frequentato scuole a Firenze e Milano, dove però mostrò insofferenza per le rigide regole scolastiche, iniziò a muovere i primi passi verso una vita fuori dagli schemi. Nel 1907 partì per una spedizione di caccia grossa nelle Montagne Rocciose, il primo vero contatto con terre lontane dall’Europa. Quell’esperienza fu solo l’antipasto delle sfide ben più grandi che avrebbe affrontato negli anni a venire.
Intorno al 1910, il suo viaggio lo portò in Malesia, dove visse un’avventura a dir poco singolare: abbandonato su un’isola della Sonda da un equipaggio fuggito per un contagio di peste su una giunca, dovette adattarsi a convivere con una tribù di pigmei per quasi un anno. Quell’esperienza lo temprò e lo preparò a situazioni estreme, sviluppando una pazienza e una tenacia che gli sarebbero servite nelle spedizioni africane, come quelle in Sudan, dove raccolse reperti tribalici e animali imbalsamati, oggi parte delle collezioni dei Musei Civici di Reggio Emilia.
Guerra, famiglia e radici lontane
Durante la Prima Guerra Mondiale, Franchetti si arruolò volontario. Sul fronte si fece notare per il coraggio, guadagnandosi riconoscimenti ufficiali che confermarono un carattere audace e determinato. Nel 1920 sposò la contessa Bianca Rocca. La coppia ebbe quattro figli, ai quali diede nomi che richiamavano le sue esperienze e i luoghi visitati: Simba, Lorian, Nanucki e Afdera, nomi esotici che raccontano di un legame profondo con terre lontane dall’Italia.
Nel 1921 ampliò i suoi orizzonti raggiungendo diversi paesi dell’Africa centrale. Kenya, Uganda, Etiopia e Somalia furono tappe fondamentali dove raccolse dati scientifici che gli valsero la reputazione di studioso e uomo di cultura. I risultati delle sue spedizioni gli fruttarono la nomina a socio d’onore della Società Geografica Italiana, un riconoscimento prestigioso che confermava il valore del suo lavoro sul campo.
Nella Dancalia, tra esplorazione e giochi di potere
Negli anni ’20, la Dancalia restava una delle zone più difficili e poco conosciute dell’Africa. Franchetti decise di organizzare una spedizione per esplorarla, ottenendo prima il permesso dalle autorità etiopi. Partì nel novembre 1929 con una squadra di una dozzina di italiani, circa cento indigeni, diverse guide locali, trenta cammelli e sedici muletti, affrontando subito le difficoltà pratiche e ambientali di una regione nota per le sue condizioni estreme.
Uno degli obiettivi ufficiali era raggiungere il luogo dove, mezzo secolo prima, erano stati uccisi gli esploratori italiani Giuseppe Maria Giulietti e Giuseppe Biglieri; lì Franchetti pose una lapide in loro memoria. Ma dietro la missione di scoperta c’erano anche motivazioni politiche. Franchetti iniziò a tessere rapporti con alcune tribù locali, con l’idea di indebolire il potere centrale e preparare basi favorevoli agli interessi italiani. Questa doppia natura – esplorativa e politica – rende la sua spedizione un esempio chiave delle dinamiche coloniali di quegli anni.
L’epilogo tragico: morte sospetta in volo
Dopo il successo della spedizione, Franchetti tornò in Italia accolto come un eroe. Sebbene collaborasse con alcune iniziative del regime, non aderì mai ufficialmente al partito fascista. Nel 1932 la sua esperienza in Etiopia si concluse con un tentativo fallito di congiura contro il negus Hailé Selassié. Nonostante il fallimento, continuò a organizzare azioni per coinvolgere le popolazioni locali a fianco dell’Italia, in vista dei conflitti che si profilavano all’orizzonte.
Nel 1935, mentre rientrava da una missione in Africa, Franchetti fu vittima di un tragico incidente aereo. L’aereo su cui viaggiava insieme a Luigi Razza, ministro dei Lavori Pubblici, esplose in volo durante una sosta al Cairo, prima di raggiungere Asmara. L’episodio è ancora oggi avvolto nel mistero. Tra le ipotesi più accreditate c’è quella di un sabotaggio da parte di agenti britannici, ma nessuna prova è mai emersa. La morte prematura di Franchetti chiuse la carriera di uno degli ultimi grandi esploratori europei, lasciando dietro di sé scoperte, misteri e progetti mai portati a termine.
Il racconto di un viaggio nell’ignoto
Franchetti lasciò una traccia importante attraverso i suoi scritti e materiali visivi. Il testo principale che documenta la spedizione nella Dancalia è “Nella Dancàlia Etiopica. Spedizione Italiana 1928-1929”, pubblicato nel 1931 e recentemente ripubblicato in una nuova edizione. Questo libro è uno strumento prezioso per capire non solo l’ambiente esplorato, ma anche le sfide e le ragioni che spinsero Franchetti.
Oltre ai libri, Franchetti è protagonista nel documentario “Dal polo all’equatore”, realizzato nel 1987 dai registi Angela Ricci Lucchi e Yervant Gianikian. Il film racconta la figura dell’esploratore e la sua epopea attraverso materiali d’archivio e narrazioni tratte dalla sua esperienza, mantenendo viva la memoria di un personaggio la cui storia si intreccia con un’epoca in cui il confine tra ricerca scientifica e interessi geopolitici era sottile e complesso.
