What if?—e se davvero il futuro fosse un enigma da decifrare? Monopoli si prepara ad accogliere l’undicesima edizione di PhEST, il festival che dal 7 agosto al 1° novembre 2026 trasforma la fotografia in un ponte tra arte e società. Non si tratta solo di immagini, ma di un dialogo vivo, capace di mettere in crisi le certezze e aprire spiragli su mondi possibili. Giovanni Troilo, alla guida della rassegna, sposta lo sguardo sull’incertezza, sfidando il pubblico a riflettere oltre il presente. Tra mostre che guardano al passato e sperimentazioni audaci, PhEST si conferma come uno degli appuntamenti culturali più vibranti del Sud Italia, capace di parlare anche oltre i confini regionali.
Questa edizione di PhEST si apre con una domanda semplice ma potente: “What if?”. Non è solo un invito a sognare, ma una sfida a ripensare il futuro che spesso diamo per certo. Dietro l’evento ci sono realtà come Regione Puglia, Pugliapromozione, Comune di Monopoli, l’Università di Bari e l’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Meridionale. Il tema spazia dalla crisi climatica ai cambiamenti politici globali fino al ruolo sempre più invasivo dell’intelligenza artificiale. PhEST non offre risposte definitive, ma stimola la curiosità e il confronto, ricordandoci che il futuro è un terreno aperto, fatto di scelte e possibilità.
Un esempio forte è il progetto “Metropolis”, che raccoglie fotografie tratte dal film di Fritz Lang del 1927. Ambientato in una città distopica, quel futuro immaginato ormai quasi un secolo fa diventa uno specchio per guardare il presente. Qui passato e futuro si intrecciano, mostrando come certe immagini possano ancora parlare e farci riflettere su cosa significhi pensare il domani.
PhEST si presenta come uno spazio dove le visioni si moltiplicano. L’arte e la fotografia ampliano i confini della percezione e invitano a cambiare prospettiva. Arianna Rinaldo, curatrice della sezione fotografica, sottolinea come il festival spinga da un lato verso mondi pieni di immaginazione ed emozioni, dall’altro verso una riflessione profonda sui cambiamenti in corso. Le opere non danno certezze, ma aprono finestre di senso, alternando esperienze dirette a elaborazioni concettuali e sperimentazioni formali.
Tra le proposte, “What To Do With a Million Years” di Juno Calypso porta lo spettatore in un bunker antiatomico che sembra sospeso tra ironia e inquietudine. Sara Angelucci invece punta l’attenzione sulla natura, con immagini notturne della flora nella Riserva Naturale di Torre Guaceto che rivelano dettagli invisibili a occhio nudo, invitando a rallentare e osservare. Chloé Azzopardi riflette sulle relazioni tra corpo, tecnologia e ambiente, creando installazioni organiche che sfidano la separazione tra natura e artificio, aprendo nuove strade per convivere.
Accanto a questi sguardi più poetici, emergono racconti diretti, come “Frontline Rolls” di Sergii Melnitchenko. Qui le fotografie, scattate dai soldati ucraini al fronte con macchine usa e getta, restituiscono una visione immediata e senza filtri della guerra, dando voce a chi la vive sulla propria pelle. Un modo nuovo di guardare, che ribalta il ruolo tradizionale dello sguardo fotografico.
Il festival affronta anche il tema dei conflitti, andando oltre la cronaca per indagare come la violenza viene raccontata e interpretata attraverso le immagini. Tra le opere in mostra, “We Will Stay Here as Long as There Will Be Thyme and Olives” di Victorine Alisse racconta la vita quotidiana della comunità palestinese di Wadi Fukin, tra resistenza e normalità. Marek Kita invece si concentra sui campi estivi militari per bambini, un’immagine inquietante della presenza della guerra anche nell’educazione.
Altri artisti, come Harri Pälviranta, analizzano immagini storiche per smascherare come i media costruiscono la narrazione della violenza. Chinky Shukla, invece, fotografa gli effetti dei test nucleari nel Rajasthan, raccontando territori e comunità segnate da ferite profonde e durature. Questi lavori allargano lo sguardo sul conflitto, mostrando le sue conseguenze oltre l’immediato, con una narrazione più complessa.
Non mancano mostre che mettono in discussione il concetto stesso di verità fotografica, come “Shadows and Mirrors”, dedicata al centenario di Vivian Maier, “What Darwin Missed” di Joan Fontcuberta e “Cottingley Fairies”, che ripercorre la vicenda delle famose fotografie delle fate del 1917. Tutte ricordano che ogni immagine è una costruzione, capace di influenzare e a volte deformare la realtà.
PhEST non resta chiuso nelle gallerie, ma invade Monopoli trasformando la città in un museo a cielo aperto. Castelli, monasteri, chiese e palazzi storici tornano a vivere grazie all’arte contemporanea, diventando palcoscenici di un’esperienza immersiva. Questo legame tra patrimonio e creatività va oltre l’esposizione: restituisce alla comunità spazi spesso dimenticati o poco usati.
Antonio Decaro, presidente della Regione Puglia, ha sottolineato come PhEST sia per Monopoli un’occasione di confronto, crescita e innovazione. Cinzia Negherbon, direttrice organizzativa, ha evidenziato il valore sociale del festival, soprattutto nel rapporto con i giovani che riscoprono la cultura del territorio attraverso visite e laboratori. Così cambia anche il modo di vivere la città, con una nuova consapevolezza delle sue radici storiche e culturali.
PhEST si conferma così un evento di primo piano, capace di unire arte, fotografia e comunità in modo dinamico e coinvolgente. A Monopoli, manifestazioni come questa rilanciano il ruolo della città come polo culturale di riferimento in Puglia, offrendo uno sguardo privilegiato sulle trasformazioni della società e delle arti visive nel prossimo futuro.
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