Le porte del New Museum di New York si sono appena aperte su una nuova ala, ma a catturare davvero l’attenzione è la mostra “New Humans: Memories of the Future”. Non una semplice esposizione, ma un viaggio che scava tra passato e futuro, svelando un secolo di cambiamenti che hanno plasmato l’umano. Immagini potenti e inquietanti ci spingono a riflettere: cosa resterà di noi in un mondo dove tecnologia e biologia si fondono sempre più? Camminiamo su una linea sottile, sospesi tra un’estetica quasi fantascientifica e una profonda esplorazione delle tensioni esistenziali legate all’evoluzione. Quali memorie sopravviveranno? Quali saranno riscritte? Il futuro bussa già alla porta, e Massimiliano Gioni, curatore della mostra, ci guida in questo racconto che sembra segnare la fine di un’epoca, o forse l’alba di una nuova.
Al centro della mostra c’è il rapporto tra intelligenza artificiale e processo creativo. Gioni spiega di aver coinvolto l’AI, in particolare Gemini, per selezionare immagini capaci di evocare il “perturbante” moderno, intrecciando riferimenti a classici come Blade Runner e Metropolis. Il risultato è un saggio visivo breve ma intenso, che mette in luce il lato oscuro e ambivalente del rapporto tra uomo e macchina.
L’esperienza con l’AI si è rivelata innovativa ma anche complessa. A Milano, pochi mesi prima, l’uso dell’intelligenza artificiale per scrivere le didascalie aveva richiesto una lunga verifica, a causa di errori e imprecisioni. Questo sottolinea un punto importante: l’AI può produrre contenuti efficaci e ben costruiti, ma non sempre affidabili nei fatti. Un doppio volto che apre un dibattito sul ruolo dell’AI nel lavoro artistico e culturale.
Le riflessioni di Gioni vanno oltre il semplice entusiasmo tecnologico. Denunciano una tensione tra speranza e paura, tra possibilità di miglioramento e timore che l’umano diventi marginale. La mostra ha un tono quasi profetico ma anche archeologico: raccoglie opere che esplorano scenari oscuri e situazioni estreme, dai primi sconvolgimenti industriali del Novecento fino alle sfide di oggi, offrendo più un avvertimento pragmatico che una previsione catastrofica.
“New Humans” parte dalla Parigi degli anni Dieci e Venti del Novecento e arriva fino ai nostri giorni. Sono coinvolti 150 artisti provenienti da 56 paesi, portando così una pluralità di sguardi e interpretazioni. Questo respiro globale permette di vedere come le trasformazioni tecnologiche influenzino visioni diverse, dai paesaggi urbani alle nuove mitologie.
Tra le opere più rilevanti c’è quella di Sophia Al-Maria, che indaga le trasformazioni estreme delle megalopoli del Golfo Persico. Qui lo sviluppo ipertrofico segna non solo il presente, ma anche i possibili futuri urbani. Questo “Gulf Futurism” diventa un laboratorio concreto e simbolico per riflettere sulle architetture complesse e sulla rapidità del cambiamento.
Dall’Africa arriva “Ville fantôme” di Bodys Isek Kingelez, una città immaginaria nata a Kinshasa che apre una finestra su futuri possibili pensati dal continente africano, che nella mostra ha un ruolo centrale. Il dialogo tra queste visioni aiuta a scardinare stereotipi e a immaginare modi diversi di abitare il mondo che verrà.
Il Futurismo, con tutte le sue contraddizioni, è il punto di partenza della mostra. Si apre con “Mafarka il futurista”, un’opera che riflette visioni misogine e razziste, ma che va capita per capire le radici di certe fantasie tecnologiche e culturali del Novecento. Accanto a queste, emergono anche figure femminili essenziali come Regina Bracchi, Benedetta Cappa e Giannina Censi, spesso dimenticate.
Gioni sottolinea il ruolo storico del Futurismo nel cambiare radicalmente il nostro modo di immaginare il futuro, a prescindere dai giudizi morali sugli artisti. Nel percorso si incontrano immagini scomode, con riferimenti politici e sociali controversi, ma senza nascondere nulla. È una scelta che punta a un’analisi onesta e senza revisionismi.
La mostra mostra come i motori del cambiamento sociale e tecnologico del Novecento – la catena di montaggio, i robot, i nuovi media – suscitassero ansie e fascino in quella che allora era la modernità, un salto nel vuoto. Questo passato aiuta a leggere le sfide di oggi senza pregiudizi, mettendo in luce la capacità umana di adattarsi e resistere.
Uno dei temi più delicati è il rapporto tra tecnologia e riproduzione della vita. L’idea che un giorno le macchine possano generare esseri umani, togliendo alle donne il ruolo esclusivo di madri, apre discussioni intense.
Adrienne Rich, citata da Gioni, avverte che liberarsi dalla maternità biologica potrebbe trasformarsi in una nuova forma di esclusione, rendendo le donne superflue dal punto di vista tecnico. È un monito che mette a fuoco la complessità dei rapporti tra tecnologia, genere e potere.
Il dilemma su cosa resti insostituibile nell’esperienza umana attraversa molte opere della mostra, che riflettono sulle conseguenze etiche ed esistenziali di un mondo dove i confini tra naturale e artificiale si sfumano. Non è un quesito astratto, ma una questione concreta che riguarda identità, autonomia e futuro.
In un presente che corre verso scenari incerti e polarizzati, il New Museum si propone come un luogo dove idee diverse convivono senza facili soluzioni. Gioni lo definisce “una palestra per la mente”, dove si impara a convivere con ciò che resta oscuro o sospeso.
La missione è mantenere aperte le contraddizioni, senza chiuderle frettolosamente, offrendo uno spazio di riflessione dove il pubblico può confrontarsi con stimoli complessi e provocatori. È la dimostrazione di una vitalità culturale che non scappa dalle incertezze, ma le accoglie, creando spazio per esperienze multiple e pluralismo.
La mostra incarna anche il cuore di un’epoca che molti chiamano “postumana”, dove il confine tra organico e artificiale si dissolve e nuovi immaginari erotici e affettivi legati alle macchine entrano nella vita quotidiana. La domanda che attraversa opere e spazi resta quella di sempre: chi saremo davvero domani?
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