Nel 1968, Gillo Dorfles li liquidava come simboli di cattivo gusto, ripetitivi e banali. Oggi, quei piccoli omini di ceramica e plastica, un tempo relegati a decorazioni kitsch, tornano a far parlare di sé. A Tarvisio, nella cripta di una torre medievale, una mostra li mette sotto una nuova luce: non più semplici soprammobili, ma protagonisti di un dialogo tra design e cultura popolare. Quel che resta è una domanda che sfida chiunque li osservi: sono ancora simboli di cattivo gusto, o stanno diventando vere e proprie icone di stile?
Per anni i nani da giardino sono stati sinonimo di kitsch, cioè di cattivo gusto popolare. Nel 1968 Dorfles li descriveva come oggetti banali, prodotti in serie senza un minimo di originalità. Ma col tempo, il concetto di kitsch si è trasformato, spostandosi verso il “camp”, una forma di ironia consapevole che rende trendy ciò che una volta era fuori moda. Anna A. Lombardi, curatrice della mostra di Tarvisio e fondatrice del MuDeFri, spiega come oggi il design abbia dato nuova vita al nano da giardino, liberandolo dalla monotonia e aggiungendo dettagli inediti.
Secondo Lombardi, i nani non sono più solo statue da giardino, ma diventano protagonisti di un gioco stilistico, veri e propri status symbol. Merito anche dei materiali innovativi e delle tecniche di produzione moderne, che hanno rivoluzionato il modo di concepire questi oggetti. Dopo anni di copie uguali, il nano si trasforma in un laboratorio di sperimentazione e originalità, pronto a conquistare giardini e interni con un nuovo linguaggio estetico. L’abbandono delle vecchie regole ha aperto la strada a un design pop che ridefinisce il gusto e il valore culturale di un oggetto una volta deriso.
“Nani da giardino: design o cattivo gusto?”, in scena nella Cripta della torre medievale di Tarvisio fino al 30 agosto, propone un percorso tra passato e presente, mettendo in luce i diversi volti di questi oggetti nel tempo. L’ambientazione scelta, un luogo umido e buio come una grotta, richiama gli habitat fantastici di queste creature, creando un’atmosfera coinvolgente e un po’ magica.
Il percorso si snoda tra pezzi d’epoca e creazioni contemporanee, mostrando come il nano sia passato da semplice statuetta a vero e proprio oggetto di design. Tra i protagonisti spicca “Attila” di Philippe Starck per Kartell, un modello che rompe gli schemi, aggiungendo una funzione pratica oltre a quella decorativa. Starck ha conquistato il mondo del progetto con una forma riconoscibile e una doppia anima: estetica e funzionale.
Un altro pezzo forte è la lampada da tavolo firmata Love Therapy di Elio Fiorucci, che con il suo spirito pop e ironico ha contribuito a trasformare il nano in un oggetto da collezione e regalo “cult”. Questi lavori mostrano la tensione tra tradizione e innovazione, tra banalità e arte, in un contesto dove il design diventa un vero e proprio linguaggio espressivo.
La mostra non si limita ai classici, ma presenta anche creazioni che spingono il nano verso nuove frontiere. Tra queste c’è “Nino”, firmato Plato Design e Pellegrino Cuciniello, un nano dalle forme essenziali, quasi brutaliste. Realizzato con tecniche digitali in 3D, “Nino” alleggerisce la struttura e si presta a contesti diversi, rompendo con la tradizione.
A livello internazionale spicca la figura del “nano cattivello” , nato dal movimento artistico legato a Ottmar Hörl. Nel 1994 l’artista tedesco ha invaso le strade con centinaia di gnomi che mostrano il dito medio, una provocazione giocosa ma decisa, pensata per scuotere il pubblico e far riflettere sull’arte popolare e politica. Questa versione ribelle si allontana dalle immagini convenzionali, inserendosi nel dibattito sull’arte come forma di protesta.
Da non dimenticare poi il legame locale con la Ledraplastic di Osoppo, pioniera nel Friuli Venezia Giulia dagli anni Sessanta nella produzione di statuette in pvc antibatterico. La serie dedicata a Biancaneve e i sette nani è una testimonianza dell’evoluzione tecnologica nello stampaggio rotazionale, anticipando tecniche che poi hanno segnato il mondo del giocattolo e dell’oggettistica.
La mostra di Tarvisio è quindi molto più di una semplice esposizione: è un viaggio attraverso le mille sfaccettature di un oggetto che sembrava banale e invece si è trasformato in un simbolo di innovazione e provocazione culturale.
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