Nel cuore di Roma, tra il 1955 e il 1975, la moda si trasforma in un fenomeno capace di unire sartoria d’eccellenza, glamour sfavillante e un’industria tessile in piena espansione. Non è solo una questione di vestiti, ma di storie intrecciate che raccontano un’Italia che si rialza dal dopoguerra con ambizione e creatività. Alla Centrale Montemartini, dal 26 giugno al 15 novembre 2026, una mostra porta alla luce questo periodo cruciale. Qui, a pochi passi da Via Veneto, si respirano ancora le atmosfere di un’epoca in cui il cinema, la politica e le nuove mode si incontravano per disegnare il volto di una capitale in pieno fermento. Curata da Fabiana Giacomotti, l’esposizione è il secondo capitolo di un progetto che unisce Archivio Luce Cinecittà e Ministero della Cultura, proseguendo il viaggio iniziato a Firenze e svelando il ruolo di Roma come epicentro di stile e innovazione.
Il viaggio è partito da Firenze, la città che ha dato i natali alla moda italiana come industria riconosciuta. Nel 1951 Giovanni Battista Giorgini organizzò la prima sfilata tutta italiana, puntando a catturare l’attenzione internazionale, soprattutto degli Stati Uniti. Una mossa che cambiò per sempre la percezione del Made in Italy nel mondo. Tra gli spettatori c’era anche la giovane reporter Oriana Fallaci. L’anno dopo, nel 1952, Palazzo Pitti e la celebre Sala Bianca ospitarono quella prima sfilata ufficiale, destinata a ripetersi e a segnare il successo globale della sartoria italiana. Da allora Firenze si affermò come la città della moda boutique, con un legame saldo alla tradizione artigianale e all’esclusività.
La scena si sposta a Roma, nel fermento del secondo dopoguerra, quando la Capitale diventa un punto di riferimento mondiale per la moda e non solo. Via Veneto si trasforma nella passerella naturale di star del cinema e personaggi di spicco, attratti da un’atmosfera cosmopolita e da un’industria cinematografica che crea un nuovo immaginario italiano. In questo contesto la sartoria italiana si rinnova, accogliendo artigiani da Lombardia, Emilia, Abruzzi, Campania e Sicilia. Stilisti come Fernanda Gattinoni, Renato Balestra e le Sorelle Fontana incarnano la fusione tra tradizione e innovazione in un polo creativo unico. Accanto a loro, grandi industrie tessili come la romana Snia-Viscosa testimoniano il legame stretto tra alta moda e produzione industriale, un fattore decisivo per la crescita e la modernizzazione del settore.
Gli anni dal 1955 al 1975 sono quelli in cui la moda italiana prende davvero la sua strada nel mondo. La sartoria nazionale trova una voce originale, sfidando le tradizioni di Francia e Inghilterra. La nascita del Sindacato Italiano Alta Moda a Roma, nel 1953, è un segnale forte di autonomia e identità, anche se il rapporto con Firenze e la Camera Nazionale della Moda Italiana resta complesso. In quegli anni la moda italiana non si limita a uno stile riconoscibile: inventa anche nuovi modi di comunicare e vendere, sfruttando la stampa specializzata e la televisione, con programmi come “Carosello” che portano l’alta moda nelle case degli italiani. Così la moda passa da un mondo di nicchia a un fenomeno popolare e industriale, aprendo mercati e dando un contributo concreto allo sviluppo economico del Paese.
Tra i protagonisti di questa svolta c’è Angelo Litrico, sarto siciliano che ha rappresentato il passaggio dalla sartoria artigianale a una collaborazione più stretta con l’industria tessile. La mostra espone suoi capi innovativi, come un abito del 1958 senza spalline né revers e con un audace pantalone corto. Litrico vestì uomini di Stato come Kruscev, Eisenhower e De Gaulle, diventando simbolo di uno “stilismo” che anticipava la moda d’autore declinata per la produzione di massa. Già nel 1960 la collaborazione con l’azienda Lebole segnò la nascita della moda confezionata firmata, con il passaggio dalle passerelle all’abbigliamento prêt-à-porter per un pubblico più ampio. Litrico fu anche un innovatore tecnico, con progetti come il Termosoprabito e “Frigor”, che coniugavano funzionalità e stile.
Seppur più contenuta rispetto alla tappa fiorentina, la mostra romana racconta un momento cruciale per capire il rapporto tra sartoria e industria, tra tradizione e innovazione. Abiti, fotografie, filmati d’archivio e documenti aziendali, selezionati dall’architetto Dario Dalla Lana, restituiscono l’atmosfera di quegli anni. Tra i prestiti più importanti, spiccano quelli dall’archivio del costumista Massimo Cantini Parrini. Il percorso proseguirà a Milano, la città che prenderà il testimone dopo il 1975, con l’esplosione del prêt-à-porter e la sua affermazione come capitale dello stilismo e dell’incontro tra creatività e industria. Nonostante il sogno di un Museo della Moda permanente resti ancora lontano, questa serie di mostre traccia una strada fondamentale per conoscere la straordinaria storia italiana fatta di talento, innovazione e cultura sartoriale, confermando il valore globale del nostro Made in Italy.
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