Non si può più tenere soldati italiani a Baghdad. Parole nette, pronunciate da Guido Crosetto in un momento delicato. L’Italia, dunque, dovrebbe ritirare le proprie truppe dall’Iraq, lasciando la sicurezza nelle mani di una missione Onu. La proposta arriva mentre l’instabilità politica nel Paese mediorientale si fa sempre più evidente, e le tensioni sul campo non accennano a diminuire. Sullo sfondo, si riapre il dibattito sul ruolo italiano nei teatri di guerra complessi e sui confini delle nostre operazioni militari all’estero.
La richiesta di Crosetto parte da un’analisi politica e strategica chiara: è necessario togliere i nostri soldati da una zona troppo instabile, dove la loro presenza rischia di metterli in pericolo e di complicare i rapporti diplomatici. Baghdad è un vero e proprio focolaio di tensioni militari e politiche, dove la presenza straniera viene guardata con sospetto e spesso provoca reazioni violente.
A questo si aggiunge il rischio concreto rappresentato da gruppi armati locali e milizie legate a potenze straniere con interessi contrastanti. Ritirare i militari italiani vuole dire quindi rivedere l’impegno internazionale del Paese, evitando di alimentare ulteriori conflitti e riducendo l’esposizione dei nostri soldati.
Crosetto propone di affidare a una missione dell’Onu il compito di mantenere l’ordine a Baghdad. Le Nazioni Unite hanno un ruolo consolidato in scenari di conflitto e spesso sono viste come una presenza più neutrale rispetto a interventi diretti di singoli Paesi o coalizioni. Una missione Onu può contare su una struttura multilaterale, che coinvolge diversi Stati e approcci diplomatici vari, aumentando così la legittimità internazionale dell’operazione.
Questa soluzione permetterebbe di mettere in campo uno sforzo coordinato di ricostruzione e monitoraggio, con personale specializzato nel peacekeeping capace di mediare tra le varie fazioni e di proteggere i civili. Inoltre, l’Onu può coordinare anche l’assistenza umanitaria e programmi di sviluppo, elementi fondamentali in un contesto dove sicurezza, stabilità sociale ed economica sono strettamente legati.
L’idea di lasciare la responsabilità diretta della sicurezza di Baghdad segna una svolta rispetto all’impegno finora mantenuto dall’Italia. Le nostre forze armate avevano un ruolo attivo, definito fin dai tempi della stabilizzazione post-2003. Ritirarsi ora significherebbe ridisegnare la presenza internazionale e avrebbe ripercussioni sui rapporti con i partner della coalizione e con il governo iracheno.
Sul fronte interno, la proposta di Crosetto potrebbe trovare sostenitori ma anche oppositori, soprattutto tra chi ritiene strategico mantenere una presenza militare per motivi geopolitici o per la lotta al terrorismo. Il dibattito riguarda quindi anche la reputazione internazionale dell’Italia, la sua capacità di influenzare le scelte regionali e le responsabilità morali legate al ruolo militare in un Paese in crisi.
Da anni la presenza di forze straniere in Iraq è fonte di tensioni continue. Gli attacchi alle basi militari, l’infiltrazione di milizie locali e il gioco di potere tra Iran, Stati Uniti e altri attori complicano ogni tentativo di stabilizzazione. Baghdad resta una città frammentata, dove l’autorità centrale fatica a mantenere il controllo e a garantire la sicurezza ai cittadini.
Le missioni multilaterali si sono spesso scontrate con problemi logistici e politici, e ogni decisione su interventi militari stranieri richiede un’attenta valutazione del quadro regionale. Affidare la gestione di Baghdad a una missione Onu rappresenta un tentativo di superare i limiti dei modelli di intervento statunitensi o bilaterali che negli ultimi anni hanno mostrato evidenti difficoltà.
L’Italia, in quanto membro influente dell’Unione Europea e alleato Nato, ha un ruolo importante in questo scenario. Le mosse di Roma nelle prossime settimane potrebbero segnare un cambio di passo e influenzare il futuro della presenza internazionale in Medio Oriente.
Rivedere l’impegno militare a Baghdad apre così un nuovo capitolo, ricco di sfide legate alla sicurezza, alla diplomazia e ai diritti umani, sotto gli occhi attenti della comunità internazionale.
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