Varcare la soglia della casa-studio di Mariuccia Secol è come entrare in un’altra epoca, ma con la mente di chi guarda avanti. A 97 anni, lei mantiene uno sguardo lucido e una passione per l’arte che non conosce confini. Davvero raro trovare una donna così, capace di raccontare decenni di storia attraverso più di 200 opere, tra sculture che spuntano tra piante rigogliose, tele dai colori intensi e tessuti preziosi che parlano di un tempo passato ma vivido. A Daverio, la sua dimora è un rifugio dove arte e vita si mescolano, e la sua vicenda personale si intreccia con quella di tante donne che, tra guerre e battaglie femministe, hanno sfidato le convenzioni e resistito a ogni difficoltà.
Mariuccia Secol nasce a Castellanza nel 1929, in un’epoca segnata da grandi sconvolgimenti. La sua formazione artistica comincia alle scuole superiori sotto la guida di Galliano Mazzon, artista e poeta che le lascia un segno profondo, grazie alla sua umanità e competenza. Quel rapporto con Mazzon cresce nel tempo, segnando l’inizio di un lungo cammino artistico. Nel dopoguerra, mentre l’Italia cerca di rimettersi in piedi, Mariuccia sposa Angelo Tognola e si trasferisce a Daverio, dove riesce a conciliare la maternità con l’arte, in un ambiente familiare aperto ai fermenti culturali e politici.
La guerra lascia ferite profonde nella sua famiglia: il padre ferito al fronte, il fratello partigiano, l’incontro clandestino con il marito. Queste esperienze di infanzia alimentano un linguaggio artistico che non dimentica mai la realtà con tutte le sue sfumature, tra fughe, carestie e lotte. Quel bagaglio di ricordi si riflette nelle sue opere, dove la guerra e la resistenza sono temi che tornano spesso, con una testimonianza viva e intensa.
Negli anni Sessanta, Mariuccia vive un’esperienza unica e all’avanguardia: crea e dirige un atelier artistico dentro l’ospedale psichiatrico di Bizzozero, a Varese. L’idea parte dal dottor Balduzzi, il direttore, che vuole usare l’arte come terapia per i pazienti. All’inizio il laboratorio coinvolge solo una dozzina di malati, ma presto si allarga all’intero ospedale, includendo anche le donne, nonostante le resistenze legate ai ruoli tradizionali di lavoro domestico.
L’esperienza si ispira ai principi dell’Art Brut di Jean Dubuffet e porta risultati sorprendenti: molti pazienti, spesso analfabeti, trovano nel disegno e nella poesia un modo nuovo di comunicare, profondo e a volte poetico. Mariuccia spinge anche la scrittura, trasformando gli atelier in vere e proprie fucine di storie personali e collettive. Le resistenze iniziali si trasformano in una vera rivoluzione interna quando le donne chiedono e ottengono di partecipare attivamente, organizzano scioperi e creano comunità di scrittura, che sfociano nella pubblicazione di “Poesia degli esclusi”.
Negli anni Settanta, la vita artistica di Mariuccia si intreccia con il femminismo grazie alla collaborazione con Milli Gandini e Mirella Tognola. Insieme fondano il Gruppo “Immagine” di Varese, un collettivo che mette in discussione i ruoli tradizionali e punta a una nuova autonomia per le donne artiste, molte delle quali madri e mogli alle prese con la doppia fatica di esprimersi e prendersi cura della famiglia. Il gruppo si distingue per un lavoro di autocoscienza, che indaga i condizionamenti culturali e sociali imposti dal patriarcato, per tradurli in forme artistiche che rifiutano le regole del gioco.
Nel 1974 sono tra le promotrici del convegno “Donna Arte e Società” a Milano, da cui nasce il manifesto “Vogliamo Voliamo”, che mette nero su bianco richieste chiare sull’autonomia e il riconoscimento economico delle artiste, soprattutto riguardo al lavoro domestico e di cura. Il gruppo spesso si scontra con altri femminismi, in particolare quello romano, per differenze di approccio. Mentre il femminismo di Roma puntava su teoria e discorso pubblico, il Gruppo Immagine insisteva su pratiche concrete e corporee, radicate nella vita di tutti i giorni.
Il 1978 segna un passaggio importante: Mariuccia partecipa alla Biennale di Venezia con la collettiva “Dalla creatività femminile come maternità-natura al controllo ricerca della natura”. La mostra, ospitata nei Magazzini del Sale, vede molte artiste, tra cui Mariuccia Secol, Milli Gandini e altre colleghe italiane e napoletane. L’allestimento si ispira alla natura e alla maternità, con installazioni che usano pannelli imponenti e vasche piene d’acqua come simbolo del liquido amniotico, evocando il legame profondo tra donna, arte e origine della vita.
L’evento ottiene un buon riscontro, con pubblico internazionale e inviti per mostre in Cecoslovacchia, Parigi, Portogallo e altre rassegne nazionali. Però il mercato dell’arte resta ancora poco ricettivo e il femminismo fatica a farsi strada in ambito istituzionale e commerciale. Negli anni a venire, gli spazi per le artiste rimangono spesso ai margini, e il Gruppo Immagine continua a lottare per visibilità e riconoscimento.
Nel 1980, la mostra “La mamma è uscita” alla Galleria Cavedra di Varese mette al centro una riflessione critica e ironica sui ruoli di genere e sul concetto di maternità. Il titolo è un chiaro segnale di voler rompere con gli stereotipi che relegano le donne solo alla cura e al lavoro domestico. Le artiste affrontano temi legati al corpo, al controllo sulla gravidanza, denunciando le restrizioni sociali e legali sul diritto all’aborto e alla contraccezione, ancora duramente contestate in quegli anni.
Il progetto si trasforma in un manifesto urbano e in un libro che raccoglie storie, lotte e testimonianze di molte donne. Il valore di questa iniziativa emerge quando una giovane partecipante riconosce nel lavoro della generazione precedente un cambiamento radicale, sottolineando l’importanza di rendere collettiva e pubblica la battaglia femminista. La maternità, qui, non è solo biologia: diventa esperienza politica e artistica, tema centrale nelle opere di Mariuccia Secol e delle sue compagne.
Dopo decenni di impegno, l’opera di Mariuccia Secol e delle artiste del Gruppo Immagine trova finalmente spazio nelle istituzioni e sulla scena internazionale. Nel 2019 partecipa alla mostra “Il soggetto imprevisto. 1978 Arte e Femminismo in Italia” ai Frigoriferi Milanesi, un evento che apre nuove riflessioni sulla rappresentanza di genere nell’arte contemporanea. Nel 2023, Mariuccia viene invitata al Joseph and Anni Albers Museum di Bottrop, in Germania, per la mostra “Cooking Cleaning Caring: Care Work in the Arts since 1960”, dedicata al lavoro di cura e al suo legame con l’arte.
Oggi il Muzeum Susch in Svizzera ospita la grande retrospettiva “Unraveling”, fino al 1° novembre 2026. Curata da Monika Branicka ed Eva Brioschi, la mostra restituisce al pubblico la complessità di un racconto che unisce arte, femminismo e memoria storica. Mariuccia continua a lavorare, nonostante l’età, mantenendo viva una produzione che affronta anche temi attuali come la guerra e le sue ferite, con un linguaggio semplice ma carico di emozione.
Il suo percorso resta un patrimonio prezioso, la prova che l’arte può ancora essere uno strumento di liberazione e trasformazione, capace di unire il personale al politico, il privato al collettivo, in un racconto che parla a più generazioni.
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