Napoli, 2024. Luigi Riccio ha solo ventiquattro anni, ma già si fa notare nel panorama della nuova poesia italiana. Con Ovologio, la sua ultima raccolta, rompe gli schemi: non è solo un libro di versi, ma un viaggio dove fiabe antiche si mescolano con la modernità più inquietante. Le sue parole evocano creature fantastiche e immagini senza tempo, ma scavano anche nel profondo, tra memoria, identità e il passaggio incessante del tempo. Dottorando in Filologia e Critica all’Università di Siena, Riccio porta con sé il rigore accademico e la freschezza di chi vive la cultura da dentro, offrendo una prospettiva nuova e vibrante sulla poesia oggi.
Ovologio non è nato dal nulla, ma si è formato piano piano, con alcune poesie già pubblicate su riviste e blog letterari. Il titolo stesso è un piccolo enigma, oscillante tra leggenda interna e familiarità: in molti lo chiamano semplicemente “L’Ovologio”, come se fosse un oggetto noto agli appassionati di poesia. Questo gioco tra spaesamento e vicinanza caratterizza l’esperienza della lettura.
La raccolta si snoda come un viaggio tra immagini dense e simboliche, dove tempo, memoria e identità si intrecciano in una narrazione poetica che porta la voce di un giovane italiano con radici profonde. Riccio si inserisce in un dibattito culturale e filologico contemporaneo, con un progetto di ricerca che considera il libro di poesia come un diorama, cioè uno spazio di riflessione visiva e testuale. Questo approccio si sente in ogni pagina.
Una delle caratteristiche più originali di Ovologio è il modo in cui Riccio mescola fiaba e favola con riferimenti alla cultura pop, soprattutto orientale. Nelle sue poesie predomina la fiaba: protagonisti chiamati a confrontarsi con destini più grandi di loro, spesso guidati da profezie o scelte imposte da storie già scritte.
Riccio si sofferma su figure come “il bimbo prescelto”, tipico di serie come Evangelion, simbolo di un’autenticità messa alla prova da forze esterne e da un destino difficile, e nei Digimon, dove i bambini devono prendere decisioni in un mondo con regole rigide, a volte oppressive. Il tema porta a riflettere sul peso della responsabilità e sulla libertà limitata, una metafora che rispecchia tanto la vita reale quanto la narrazione fiabesca.
Con riferimenti a The Sims o Peter Pan, Riccio costruisce una fiaba aggiornata, che si nutre di giochi e storie dell’infanzia di oggi ma anche di racconti antichi, creando un tessuto poetico ricco e variegato. La poesia diventa così uno spazio dove convivono mito e digitale, culture e tempi diversi.
Un elemento chiave nell’esperienza di Riccio, che emerge anche dal suo lavoro nella rivista Inverso, è il carattere collettivo della scrittura poetica e la ricerca di un’identità non imposta, ma scelta insieme agli altri.
L’ultima parte di Ovologio parla proprio di questo: della convivenza, dello scambio con amici e coetanei. Riccio racconta come creare una “famiglia elettiva” sia essenziale per mettere in discussione narrazioni tradizionali, spesso rigide e legate alla famiglia d’origine. Il gruppo di scrittori, editori e poeti con cui lavora è diventato per lui una sorta di “residenza” intellettuale, dove il confronto continuo ha cambiato la sua visione e il suo modo di scrivere.
Questa dimensione collettiva mostra come il lavoro di Riccio non sia un percorso solitario, ma si alimenti di scambi e influenze reciproche. Il suo impegno in Inverso sottolinea l’importanza della mediazione culturale e del confronto nella scena poetica italiana di oggi.
La parola “ovologio” porta con sé tanti significati, che mescolano biologia, linguistica e filosofia. Il termine nasce come traduzione di “tamagotchi” e richiama l’immagine dell’uovo, un contenitore chiuso che racchiude potenzialità ancora nascoste.
Il libro è un’indagine sul rapporto tra cause ed effetti, su come eventi e traumi lascino tracce nel corpo e nella mente, restando però parzialmente misteriosi e fondamentali. L’uovo diventa la metafora di un “oggetto indecifrabile” che accompagna la lettura, che richiede pazienza, attenzione e una lettura attenta ai piccoli indizi che la poesia dà.
In più, il libro riflette sulle origini e sulla formazione dell’identità, sia in senso biologico sia metaforico. La raccolta racconta un percorso di crescita e trasformazione, mettendo in luce la fragilità e la complessità dei legami che ci definiscono.
Riccio spiega di non partire mai da un tema preciso, ma da immagini o suggestioni che poi si trasformano in versi. Le sue poesie nascono dall’unione spontanea di elementi che sembrano slegati, ma che alla fine creano un significato d’insieme ricco e sfaccettato.
Così, la sua scrittura evita schemi rigidi e modelli narrativi classici, preferendo una forma più fluida e onirica. La poesia diventa uno spazio dove accogliere contraddizioni e frammenti, trovando una nuova unità in una sintesi non lineare.
Riccio non esclude nessun tema e racconta di una fase iniziale di “pre-creazione”, dove gli elementi si assemblano “a sentimento” per poi dare forma a una scrittura più consapevole e riflessiva. Questo metodo rende il suo lavoro vivo, aperto e sempre in divenire.
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