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L’arte di Sepideh Salehi celebra l’identità femminile tra Iran, Italia e USA: intervista esclusiva

Nel 2006, Sepideh Salehi ha deciso di lasciare l’Iran, un passo che ha segnato per sempre la sua vita e la sua arte. Nata a Teheran nel 1972, oggi si muove tra Iran, Italia e Stati Uniti, territori che si intrecciano nel suo lavoro come in un viaggio emotivo senza confini. Le sue opere somigliano a pagine di un diario, dense di ricordi e di una nostalgia palpabile, un filo sottile che unisce passato e presente. Al centro, la donna: la sua condizione, la sua identità, raccontate con intensità e profondità. Nel 2025, la Galleria Anna Marra di Roma** ospiterà una sua mostra, un’occasione per immergersi in questo universo ricco di storie e di emozioni.

Collage e memorie: un racconto a più voci

Il collage è la cifra stilistica che domina il lavoro di Salehi. Questa tecnica le permette di mettere insieme elementi diversi, pezzi di esperienze e ricordi sparsi. Cresciuta in Iran, vissuta in Italia e ora negli Stati Uniti, l’artista sovrappone immagini, fotografie, disegni e parole, dando vita a un mosaico che racconta un’identità stratificata, divisa tra spazi e tempi lontani.

Le sue immagini vanno dai paesaggi naturali iraniani — montagne, deserti — a fotografie personali, scattate da lei o trovate online, fino a simboli culturali rivisitati attraverso il materiale stesso. Le foto di persone care, prese dalla sua rete di affetti o dalla memoria, si mescolano con immagini digitali per ricostruire ambienti che non può più vedere dal 2006. Così, Salehi crea un ponte visivo tra ricordi precisi e fantasie, tra realtà e immaginazione.

Accanto al collage, usa carta giapponese, inchiostri e materiali insoliti come aghi o grattugie, per ottenere texture che richiamano il frottage e i disegni infantili, ma in chiave adulta. La stratificazione diventa un modo per ricordare e rielaborare, per unire la propria esperienza con quella collettiva, dando nuova vita al passato.

Scrivere per non dimenticare: parole che pesano

Non mancano le parole nelle opere di Salehi, presenti in serie come Ski, Party, School, War and Peace. Ma non si tratta di poesia tradizionale: le parole, in persiano, sono ripetute come mantra, frammenti di memoria che riportano a legami familiari e a una casa lontana.

Scrivere e ripetere certi nomi è un rito meditativo, nato negli anni in cui abitava a Firenze, lontana dalla madre e dalle sue radici. Per esempio, il nome della madre, Soosan, diventa un motivo ritmico, quasi un gioco che mescola perdita e presenza, consapevolezza e assenza.

La serie War and Peace, realizzata a New York, affonda nel vissuto dell’infanzia durante la rivoluzione islamica e la guerra Iran-Iraq. Parole come rivoluzione e guerra si fanno segno, dipinte con acquerelli che suggeriscono nostalgia e sedimentazione. Salehi racconta episodi precisi, come un missile che cade durante una festa di compleanno, intrecciando la storia personale con quella pubblica, trasformando le parole in memoria visiva.

In particolare, la serie dedicata alla scuola denuncia la condizione delle donne sotto il regime islamico: divieti sull’abbigliamento, perquisizioni, repressione delle libertà. L’arte di Salehi diventa così testimonianza diretta di oppressione e resistenza quotidiana.

Dall’Italia agli Stati Uniti: tra corpo e tradizione

Salehi arriva in Italia nel 1999 per studiare all’Accademia di Belle Arti di Firenze, dove resta fino al 2005. La scelta non è casuale: a spingerla sono la passione per l’arte e la lingua italiana, ma anche un’amicizia a Siena.

Durante quegli anni, il suo lavoro evolve: dai paesaggi astratti ispirati all’Iran, passa a una rappresentazione più profonda del corpo e del movimento. Un insegnante la introduce allo studio dell’anatomia in chiave contemporanea, e così Salehi comincia a unire disegni a inchiostro cinese Sumi-e con video personali. Il corpo, spesso velato, diventa il centro della sua ricerca artistica.

Il velo non è solo un dettaglio estetico, ma un simbolo forte: indaga il rapporto tra identità personale e sociale, tra ciò che si mostra e ciò che resta nascosto. Nei suoi video, il corpo velato è linguaggio e resistenza, attraversando confini geografici e temporali.

Radici persiane tra segni e oggetti

La memoria di Salehi si nutre anche di simboli e richiami alla tradizione persiana. Nella serie Mohr Portraits, per esempio, usa piccoli “mohr”, le pietre di preghiera sciite, come materiali per i suoi collage.

Questi oggetti, comuni nelle case iraniane, diventano elementi poetici che vanno oltre la religione, pieni di significato culturale e affettivo. Attraverso tecniche di frottage su carta giapponese, Salehi crea strati che parlano di scrittura, linguaggio e del velo come metafora di ciò che si nasconde e si mostra.

Sperimenta anche con materiali insoliti come aghi e grattugie, aggiungendo texture e segni che rendono tangibile il lavoro manuale e intimo. Il frottage, un ricordo dell’infanzia, diventa il modo per catturare e restituire il mondo, fondendo la memoria personale con quella collettiva.

Volti nascosti: la ribellione silenziosa delle donne

Nelle fotografie di Salehi, spesso i volti femminili non si vedono o sono coperti. È un modo per raccontare un’identità molteplice e la ribellione silenziosa delle donne iraniane. Tra i soggetti ci sono amiche e conoscenti che vivono negli Stati Uniti e condividono storie simili di oppressione e resistenza.

Le immagini mostrano donne di spalle o con il volto nascosto, come a dire “non accetto questa realtà”, “rifiuto un destino che limita la mia libertà”. È una protesta che non ha bisogno di parole, ma parla forte attraverso foto cariche di tensione e intimità.

Questa scelta crea un’atmosfera che spinge chi guarda a riflettere su corpo, sguardo e silenzio. Salehi usa questo linguaggio visivo per esplorare il conflitto tra identità personale e imposizioni sociali, offrendo uno specchio della condizione femminile attraverso le esperienze culturali e politiche che ha vissuto.

Redazione

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