Nel cuore del deserto californiano, tra il silenzio opprimente e il sussurro del vento, Kathryn Mohr plasma un suono unico. Originaria di Oakland, questa musicista intreccia folk, drone e un rock frammentato, dando vita a paesaggi sonori densi di fragilità e visioni. La sua musica nasce dall’ascolto attento della natura e dalla solitudine, che diventano motore di una creatività intensa e raccolta. Dopo un esordio nel 2020 con EP dal sapore elettronico minimale, sta per pubblicare un nuovo album: un viaggio costruito in spazi isolati, intriso di atmosfere ambientali e di un’intimità profonda.
Kathryn Mohr non si lascia incasellare. Cantautrice e chitarrista, mescola radici folk antiche con un drone carico di tensioni gotiche, creando un suono che si muove tra riverberi e rumori manipolati. Il suo stile lirico, a tratti allucinato, si avvicina a quello di artiste come PJ Harvey, a cui si ispira apertamente soprattutto per la forza narrativa. Ma non è tutto: a volte il suo lavoro ricorda anche le atmosfere intense e introspettive di Emma Ruth Rundle, interprete americana di un folk oscuro e drammatico.
I suoi primi EP, As If e Holly , tracciano un percorso che va dall’elettronica minimale verso un sound più acustico e ambient, frutto anche della collaborazione con la produttrice Madeline Johnston, in arte Midwife. In particolare, Holly nasce nel deserto del New Mexico, un luogo carico di emozioni e suggestioni naturali, e viene pubblicato dall’etichetta The Flenser, specializzata in sonorità sperimentali e dark folk.
Il debutto su lunga distanza, Waiting Room, è nato durante una residenza artistica nel 2024 al Fish Factory Creative Center di Stöðvarfjörður, in Islanda. Un’ex fabbrica di pesce trasformata in centro culturale, dove Kathryn ha lavorato da sola in una stanza appartata, alternando la scrittura a lunghe passeggiate nel paesaggio selvaggio fatto di oceano, rocce, uccelli e campi senza fine.
Con un registratore portatile ha raccolto suoni naturali, convinta del loro valore espressivo. Alcuni li ha lasciati intatti, altri li ha manipolati con effetti digitali, creando così paesaggi sonori densi, a volte claustrofobici, attraversati da vocalizzi sospesi e da una chitarra elettrica usata in modo essenziale, quasi scheletrico. Il risultato è una musica che racconta solitudine, contemplazione e la fugacità dell’esistenza, con testi che esplorano sogni, ricordi e frammenti di follia.
Critici autorevoli come quelli di Pitchfork hanno accolto con favore Waiting Room, sottolineando la capacità di Kathryn di costruire un progetto originale e suggestivo, capace di rinnovare il cantautorato in modo innovativo. La solidità della produzione e la profondità emotiva l’hanno consacrata come una voce emergente nell’underground statunitense, attenta a rinfrescare il linguaggio folk e rock.
Il nuovo album Carve, in uscita il 17 aprile 2026, segna una chiara evoluzione rispetto al passato. Registrato in poche settimane dentro una roulotte nel deserto del Mojave, raccoglie brani scritti nell’arco di cinque anni, con strumenti semplici: chitarra acustica e registratore da campo.
L’album nasce da un ritorno nel sud-ovest americano, che ha risvegliato ricordi d’infanzia profondi e irrisolti, evocati durante un viaggio in auto a cinque anni. Quell’esperienza ha spinto Kathryn a riflettere sul rapporto con se stessa e con il mondo, a ridefinire il proprio equilibrio emotivo e narrativo. Il suono si apre a influenze che richiamano il grunge destrutturato, con un’eco a Courtney Love e ai Hole.
Recenti concerti e festival europei, come Le Guess Who? in Olanda e il Pitchfork Festival di Londra, hanno arricchito il suo percorso. Nel tour che ha toccato anche Milano lo scorso autunno, Kathryn ha portato dal vivo le sue atmosfere intense e uno stile essenziale ma coinvolgente.
In varie interviste, Kathryn ha raccontato la sua idea di arte e musica: “segnali lanciati nello spazio, senza sapere chi li raccoglierà.” Per lei, l’arte è un atto che va oltre le parole, un dialogo che si avvicina all’intensità di uno sguardo, fatto di energia e emozione.
Si definisce senza mezzi termini un’artista, sottolineando come la creatività nasca dall’urgenza di fare qualcosa per se stessi, senza pensare a pubblico o riconoscimenti. Tra le sue passioni ci sono le sculture viste da bambina, esempio di come l’arte pubblica possa lasciare un segno profondo nella memoria emotiva.
Un brano che l’ha segnata è Tears on Fresh Fruit degli Sparklehorse, una canzone che incarna la capacità della musica di trasmettere emozioni con precisione, superando i limiti del linguaggio. Questo senso di verità nelle canzoni alimenta in lei il desiderio di restare connessa all’umanità attraverso la sua musica.
Il suo metodo è fatto di annotazioni continue: idee, fotografie, pensieri raccolti nei momenti di isolamento, che poi diventano materiale per i suoi lavori, spesso ispirati da esperienze particolari. Una delle ultime, molto forte, è stato l’incontro con un grande gufo nel suo ambiente naturale, un’immagine che ha lasciato un’impronta indelebile nella sua percezione del paesaggio e del silenzio.
Così, tra natura, memoria e introspezione, Kathryn Mohr continua a spingere avanti la sua sperimentazione sonora, radicata nell’esperienza diretta e nell’attenzione al mondo che la circonda.
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