Nel cuore di Sant’Ambrogio di Torino, una statua in marmo rosa e onice torna a raccontare una storia che ha attraversato mezzo secolo. Cinquant’anni fa, “La donna della domenica” arrivava sul grande schermo grazie a Luigi Comencini, con Jacqueline Bisset nei panni di Anna Carla Dosio. Oggi, non è solo quel volto a tornare alla ribalta, ma anche l’opera di Mario Giansone, lo scultore torinese che ha dato forma a quella figura tanto misteriosa quanto affascinante. Realizzata negli anni Cinquanta, quella scultura ha ispirato il romanzo di Carlo Fruttero e Franco Lucentini, da cui poi è nato il film. Un intreccio di arte, letteratura e cinema che riporta alla luce un nome dimenticato ma centrale nell’arte italiana del Novecento.
Nato a Torino nel 1915, Mario Giansone creò tra il 1956 e il 1957 una statua in marmo rosa e onice che ha dato forma alla “donna” della domenica, ispirando il titolo del celebre romanzo di Fruttero e Lucentini. I due scrittori erano amici stretti dello scultore e frequentavano regolarmente il suo laboratorio in via Messina, un quartiere famoso per i marmisti vicino al Cimitero Monumentale. Fu proprio lì, tra blocchi di pietra e attrezzi, che notarono quella figura stilizzata di donna, che divenne la guida per il loro giallo ambientato nella borghesia torinese dell’epoca.
Il passaggio dal libro al cinema fu quasi naturale. Nelle prime scene del film di Comencini, girate nella casa di Anna Carla Dosio, si possono scorgere alcune opere di Giansone. Questo non solo testimonia la sua fama nei circoli culturali torinesi degli anni Settanta, ma anche l’importanza della sua amicizia con gli scrittori. Giansone non era uno sconosciuto: aveva esposto alle Quadriennali di Torino e Roma, le sue opere erano nelle collezioni di famiglie illustri come gli Agnelli e i Pininfarina, e aveva ricevuto commissioni importanti, come quella per l’Auditorium RAI. Negli anni Sessanta arrivò anche la consacrazione con una monografia e una mostra personale alla Galleria La Bussola di Torino.
Nonostante il talento, Giansone era uomo schivo e orgoglioso, che spesso rifiutava le grandi occasioni. Nel 1966 disse no alla Biennale di Venezia e declinò un invito di Peggy Guggenheim, spiegando di non voler “regalare niente a nessuno”. Queste scelte lo allontanarono dai circuiti più ufficiali dell’arte, portandolo a un lento oblio dopo la sua morte, avvenuta nel 1997.
Per quasi trent’anni il suo nome è riemerso solo saltuariamente: una mostra a Palazzo Saluzzo di Paesana nel 2016, un’esposizione dedicata ai suoi gioielli in oro a Palazzo Madama l’anno dopo. A Torino una targa ricorda la sua lunga casa in via Montebello, vicino alla Mole Antonelliana, e il suo ruolo di insegnante in un istituto d’arte.
Un ruolo decisivo per mantenere viva la sua eredità è stato quello di Giuseppe Floridia, amico, collezionista e presidente della Fondazione Mario Giansone, scomparso nel maggio 2024, pochi giorni dopo l’inaugurazione del museo di Sant’Ambrogio a lui intitolato. Floridia ha lavorato per anni alla tutela completa delle opere dell’artista.
Nel 2024 ha aperto le porte a Sant’Ambrogio di Torino il Museo Mario Giansone, ospitato negli spazi recuperati dell’ex Maglificio Bosio, un edificio ottocentesco ai piedi della Sacra di San Michele. Qui si trovano oltre 250 opere: sculture, dipinti, incisioni, disegni, xilografie, litografie, stencil e arazzi. In circa 750 metri quadrati si può scoprire la ricchezza dei temi affrontati da Giansone nel corso della sua carriera.
Tra i soggetti più frequenti spiccano il jazz, visto come simbolo di energia e vitalità, le tragedie e le distruzioni della guerra, la fascinazione per tecnologia e innovazione, la presenza ricorrente dei gatti e, naturalmente, le figure femminili, filo conduttore della sua arte. Tra le opere più preziose ci sono anche le “Sculture da indossare”, piccole creazioni in oro realizzate tra gli anni Settanta e Ottanta, accompagnate da eleganti contenitori scolpiti in legni pregiati come ebano e mogano.
La tecnica di Giansone si distingue per rigore e ricerca. Seguiva il modello “per via di torre”, un metodo che risale a Michelangelo, secondo cui la forma è già dentro la materia grezza e lo scultore deve solo liberarla togliendo materiale. È un approccio opposto a quello “per via di porre”, dove la forma nasce aggiungendo materia. Giansone non faceva mai bozze o disegni preparatori, ma lavorava direttamente sul blocco, facendo emergere i volumi con grande attenzione all’equilibrio tra pieni e vuoti.
Un esempio emblematico di questo lavoro è Opera Omnia, realizzata negli anni Ottanta dopo un lungo studio iniziato nel 1977. Il gruppo scultoreo è composto da diciotto blocchi che circondano il pezzo centrale, “Il decapitato”. Quest’ultimo rappresenta la perdita di coscienza nell’umanità, mentre l’intero complesso racconta un viaggio filosofico dall’origine dell’universo fino alla futura implosione dell’uomo. Giansone rompe con l’idea tradizionale del centro trionfante, scegliendo invece un corpo mutilato, fragile e vulnerabile, simbolo della condizione umana.
Dopo la morte di Giuseppe Floridia, la Fondazione Mario Giansone ha rinnovato il Consiglio di Amministrazione, affidando la presidenza a Dario Fracchia e la vicepresidenza, con ruolo di curatore, a Marco Basso. Il comitato scientifico include esperti di primo piano nel panorama culturale italiano, come Angelo Mistrangelo e Luigi Ratclif.
L’obiettivo è trasformare il Museo in un punto di riferimento non solo per esposizioni, ma anche per cultura e ricerca, con progetti che facciano dialogare il Novecento artistico con il pubblico e gli studiosi. La sfida è restituire a Mario Giansone il posto che gli spetta, offrendo l’occasione di riscoprire un protagonista finora trascurato della storia dell’arte italiana.
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