I matti hanno un’anima che nessuno vuole vedere, diceva Mario Tobino, medico e poeta, mentre attraversava i corridoi del manicomio di Magliano. Non li chiamava solo pazienti, ma custodi di una realtà segreta fatta di sofferenza e umanità fragile. Nel 1943, in un’Italia stretta nella morsa della guerra e del conformismo, quelle donne rinchiuse vivevano una doppia prigionia: dentro le mura dell’ospedale psichiatrico e nelle gabbie invisibili di una società che negava loro diritti e libertà. Le libere donne, la nuova serie su Rai 1, riporta in vita queste storie dimenticate, tra memoria e finzione, raccontando non solo il dolore ma una lotta silenziosa e tenace per la dignità.
Mario Tobino, psichiatra e poeta, ha lavorato per più di quarant’anni nel reparto femminile del manicomio di Magliano, vicino a Lucca. Nel suo romanzo autobiografico Le libere donne di Magliano, uscito nel 1953 e fonte principale della serie, racconta con uno stile semplice e diretto la vita delle internate. Il manicomio diventa così il palcoscenico di un’umanità complessa, spesso ferita dalla società, descritta senza abbellimenti o pietismi. Tobino si oppose con forza ai metodi repressivi dell’epoca, convinto che la malattia mentale non impedisse di provare sentimenti profondi e di amare. Nel 1943, l’Italia era sconvolta da guerre, fascismo e nazismo, ma si intravedeva anche un lento risveglio culturale che metteva in discussione vecchie prassi mediche e sociali.
Il manicomio femminile era spesso una prigione definitiva, soprattutto per donne considerate “problematiche” per motivi sociali o familiari. Tobino si distingueva per umanità e innovazione: il suo metodo si basava sul dialogo e sul rispetto della dignità delle persone, anticipando di decenni la riforma Basaglia. La serie racconta bene questo contesto, mettendo in luce le contraddizioni di un sistema che non curava solo la malattia, ma spesso reprimeva una femminilità libera e indipendente.
Le libere donne segue la vita di Tobino, interpretato da Lino Guanciale, e di alcune internate chiave come Margherita Lenzi e Paola Levi. Margherita è rinchiusa contro la sua volontà dal marito; Paola, ex amore di Tobino e staffetta partigiana, torna in manicomio portando con sé il vento della Resistenza. Questi personaggi intrecciano una narrazione intensa che racconta la lotta per la libertà personale e la sfida a pratiche oppressive.
La serie si concentra anche sulle dinamiche interne al manicomio e sui rapporti tra le donne. Tra loro spicca Lilli, una giovane interpretata da Gea Dall’Orto, che incarna la fragilità e la forza di chi sfida i limiti imposti dalla società attraverso la scelta, o la condanna, della follia. Nel cast anche Fabrizio Biggio e Gea Dall’Orto, che si mettono alla prova con ruoli intensi e complessi, lontani dalle loro abituali interpretazioni. Gli attori hanno lavorato a lungo per dare vita a personaggi credibili, con tutte le loro fragilità e speranze.
Gea Dall’Orto, giovane attrice fiorentina di 23 anni, ha raccolto la sfida di interpretare Lilli, un personaggio che nasce dall’incontro tra le storie di Tobino e la fantasia degli sceneggiatori. Lilli è una ragazza segnata dall’internamento precoce e dalla durezza del manicomio. La sua ingenuità emerge da pagine che raccontano violenze subite fin da bambina, un peso che ha colpito profondamente anche l’attrice.
Per costruire il personaggio, Gea si è ispirata ai testi ma ha lavorato molto anche sul corpo, insieme all’attore e ballerino Simone Zambelli. La regia ha scelto di evitare tecnicismi medici e diagnosi, puntando invece a una rappresentazione più simbolica e onirica. I movimenti di Lilli sono una danza di fragilità e resistenza, fatta di spasmi e contrazioni che raccontano un corpo segnato ma vivo e capace di esprimersi.
Le riprese si sono svolte in un ospedale abbandonato, scelta che ha aumentato la verosimiglianza e l’intensità emotiva sul set. Gea ha sottolineato come il lavoro di squadra tra le attrici abbia creato una comunità forte, essenziale per raccontare quel senso di libertà e solidarietà che attraversa la serie. Ha voluto evitare stereotipi e semplificazioni, rifiutando di ridurre la malattia mentale a un’etichetta, ma raccontandola come un’esperienza umana complessa.
Le libere donne affronta la salute mentale guardandola con occhi di ieri, ma con un messaggio che arriva dritto al presente. Nel 1943, l’ospedale psichiatrico era spesso una prigione per chi non si conformava alle regole sociali, specialmente per le donne. Tobino cercava di costruire un rapporto di amicizia e rispetto con le pazienti, mettendo al centro le loro emozioni e storie.
Oggi il tema della salute mentale è più che mai attuale, soprattutto per le nuove generazioni che vivono in un mondo iperconnesso ma spesso segnato da solitudine e fragilità. Gea Dall’Orto ha ricordato come la sensibilità moderna nasca dalla voglia di capire le debolezze senza giudicare o etichettare. I social e il continuo bombardamento di stimoli spesso ci fanno perdere la capacità di ascoltare noi stessi e gli altri, mentre storie come quelle della serie ci ricordano l’importanza di costruire legami e comunità per affrontare il disagio.
La fiction vuole essere un’occasione per riflettere sulla dignità e i diritti di chi soffre, ma anche sul coraggio di ribellarsi a sistemi che per troppo tempo hanno escluso chi non si adeguava, in particolare le donne.
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Le libere donne riporta alla luce una pagina dimenticata della nostra storia, fatta di volti e voci che hanno sofferto e lottato in silenzio. Attraverso un racconto attento e senza fronzoli, la vicenda di Tobino e delle internate di Magliano ci ricorda quanto sia prezioso il valore della libertà e dell’umanità.
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