Quando l’estate batte duro, le strade delle nostre città diventano forni roventi. L’asfalto trattiene il calore come una lastra incandescente, senza dare respiro. Da Portland, Oregon, arriva una soluzione che sembra quasi una ribellione: depaving, togliere l’asfalto per far spazio a terra e piante. È nato nel 2008, e ha trasformato la visione della città da luogo di passaggio a un ambiente da vivere, respirare, abitare davvero. Un’idea semplice, ma capace di risvegliare le comunità, riportando in primo piano il verde urbano e la socialità. In Italia, però, quella spinta si è smorzata, lasciando dietro di sé solo qualche traccia di entusiasmo e una visione del verde ancora troppo limitata.
Il depaving nasce come reazione contro l’invasione delle superfici impermeabili nelle città americane, simbolo di un modello urbano dominato dall’auto e dall’espansione senza freni. A Portland, un gruppo di attivisti ha iniziato a strappare pezzi di asfalto inutilmente larghi, trasformando strade e parcheggi in aree verdi dove piantare alberi. Quel gesto non solo ha ridotto il caldo e gli allagamenti causati dalle piogge, ma ha riportato la natura dentro la città, reinventando il modo di abitarla. Quella terra liberata non era solo un polmone verde, ma uno spazio di incontro e appartenenza. Non era solo ambiente, ma anche protesta contro un modello di crescita lineare e insostenibile, che chiedeva un’alternativa più umana e duratura.
In Europa, dove il depaving si è diffuso negli ultimi vent’anni, l’idea originaria ha perso gran parte della sua carica critica. Se in America era un atto di disobbedienza, qui è diventato un intervento più istituzionale, più rassicurante e meno provocatorio. Il depaving si è trasformato in una soluzione ecologica “comoda”, un modo per abbellire senza mettere in discussione il modello urbano vigente. Le superfici cambiano, certo, ma il cuore del problema resta: le città continuano a dipendere dall’auto, a espandersi senza regole, a cementificare. Il verde urbano viene spesso ridotto a interventi puntuali, decorativi, a volte solo un’operazione di facciata per dare un’immagine “green” senza affrontare davvero il cambiamento climatico.
In Italia, il depaving risente di questi limiti. Si parla di togliere l’asfalto per fare spazio al verde, ma senza chiedersi se questo cambi davvero il modo di vivere la città. Si interviene su qualche spazio senza ridurre la dipendenza dall’auto, senza rallentare l’espansione disordinata. Non si tocca il nodo centrale: ridisegnare la città in modo più sostenibile e meno invasivo. Così il depaving diventa un semplice ritocco estetico, un modo per aumentare il comfort senza rinunce. È un adattamento al cambiamento climatico, non una sfida vera. Si piantano alberi e si creano aiuole, ma non si mette in discussione un modello urbano incompatibile con la salute delle città a lungo termine.
Un tema delicato nel depaving italiano riguarda la natura “ammessa” nelle città. La rinaturalizzazione spesso si traduce in interventi studiati per non disturbare le tradizioni architettoniche o evitare problemi legati a fauna o allergeni. Si preferisce una natura “controllata”, che sia utile e tollerabile, senza sorprese. Questo tipo di verde, pur apprezzato, rischia di restare una presenza neutra, incapace di mettere in discussione l’idea stessa di città. La fauna selvatica, come volpi o cinghiali, è ancora malvista. Così il depaving si riduce a un compromesso tra natura e urbanità, più che a una trasformazione radicale.
Qualche comune italiano prova a sperimentare il depaving e la riforestazione urbana, ma sono casi isolati, lontani da una strategia vera. A Parma si pensa di sostituire asfalto con alberi a Piazzale Borri, a Genova il depaving appare timidamente nel piano regolatore. Sono segnali positivi, certo, ma non sono un cambio sistemico. La vera sfida è integrare il verde come infrastruttura urbana strategica, creando una rete di spazi verdi collegati tra città, servizi e abitazioni, in modo organico e funzionale. Non basta contare metri quadrati di verde per abitante, serve qualità e connessione. Solo così il verde diventa parte integrante della città, capace di resistere al cambiamento climatico e migliorare la vita.
Se usato senza visione, il depaving rischia di diventare un alibi per rimandare scelte difficili. Spesso la politica si limita a interventi di facciata, senza mettere in campo azioni che richiedano rinunce o cambiamenti profondi nello stile di vita metropolitano. Non si può ridurre la lotta al cambiamento climatico a togliere qualche metro di asfalto o piantare qualche albero qua e là. Serve un approccio più deciso, che metta insieme progettazione urbana, partecipazione e politiche ambiziose. La città deve tornare a essere un luogo dove natura e società si intrecciano davvero, senza compromessi a metà. È urgente passare dalla mitigazione alla trasformazione, pensando alle generazioni future e a ciò che vogliamo lasciare loro.
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