Quando una città cambia, cambia anche il modo in cui la guardiamo. Cinque libri appena usciti esplorano proprio questo: come la fotografia cattura il tempo che scorre, la memoria che si stratifica, e le trasformazioni urbane che si intrecciano con la storia personale e collettiva. C’è chi si concentra sull’architettura, chi sulla critica delle immagini oggi, chi sulle narrazioni nascoste nei paesaggi urbani. E poi, inaspettatamente, un piccolo volume che mette al centro il gatto, animale iconico e un po’ irriverente, ripensato attraverso l’obiettivo contemporaneo. Un viaggio variegato, insomma, dentro la fotografia d’autore che non si limita a mostrare, ma invita a riflettere.
Basilico e Rossi: un dialogo tra architettura e fotografia
Nel 1964-1965, al Politecnico di Milano, si incontrano per la prima volta Gabriele Basilico, giovane studente, e Aldo Rossi, docente all’epoca appena trentenne. Rossi insegna “Caratteri stilistici e distributivi degli edifici” e segnerà profondamente il futuro fotografo. Basilico ricorderà come il metodo analitico di Rossi, che mette in relazione singoli edifici e tessuto urbano unendo moderno e tradizione, sia stato fondamentale per la sua formazione.
Vent’anni dopo, i due tornano a collaborare. Basilico fotografa con precisione le opere architettoniche di Rossi, immortalando complessi come la Cappella funeraria Molteni a Giussano, gli uffici Casa Aurora a Torino, l’ampliamento del Teatro Carlo Felice a Genova e altri edifici importanti in Italia e in Europa.
Il libro “Gabriele Basilico fotografa Aldo Rossi”, pubblicato da Humboldt Books nel 2026, raccoglie queste immagini in bianco e nero, rigorose e composte. Il volume si legge su due livelli: da un lato la visione di Basilico, dall’altro i dettagli degli edifici attraverso l’occhio di Rossi. Elementi come il cimitero di San Cataldo a Modena emergono con una forza che ricorda anche il lavoro di Luigi Ghirri. I testi di Basilico, Chiara Spangaro e Pier Paolo Tamburelli aiutano a ricostruire quel dialogo tra fotografia e architettura nell’Italia del Novecento, mettendo in luce l’importanza culturale e visiva di due figure chiave.
Milano negli anni Cinquanta vista da Jacqueline Vodoz
“Jacqueline Vodoz. La fotografia parlata”, curato da Manuela Cirino e pubblicato da Electa Photo, ci porta nella Milano degli anni Cinquanta attraverso lo sguardo di una fotografa che ha iniziato proprio in quegli anni. Nata nel 1921 e formata in Svizzera, Vodoz racconta una città in fermento, segnata da tensioni politiche, impegno lavorativo e vitalità culturale.
Il volume nasce da un lungo lavoro sull’Archivio Vodoz Danese, curato da Cirino, che restituisce un racconto completo e ricco di materiali. La narrazione è capace di evocare nostalgia senza perdere di vista la precisione storica e visiva. Le fotografie non sono solo documenti, ma racconti che riflettono lo spirito di un’epoca.
Il libro esplora anche il legame di Vodoz con il mondo del design, soprattutto grazie al marito Bruno Danese. Qui si capisce come fotografia e design si siano influenzati a vicenda nel dopoguerra italiano. Con 336 pagine, questa pubblicazione è un punto di riferimento per chi vuole conoscere Milano in un momento decisivo della sua storia recente.
Le ferite d’Italia attraverso l’obiettivo di Fabio Mantovani
“Sotto gli occhi di nessuno” è il lavoro di Fabio Mantovani che si immerge nelle ferite aperte della storia italiana tra gli anni Settanta e Novanta. Il progetto ricostruisce per immagini eventi tragici come la strage dell’Italicus a San Benedetto Val di Sambro nel 1974, l’attentato al treno con Aldo Moro nel 1978, gli incidenti di Ustica, e la morte di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo.
Le fotografie di Mantovani evitano scene di orrore o corpi, puntando invece su resti materiali: carcasse di treni e automobili. La luce teatrale dà a questi oggetti una presenza quasi simbolica, come se fossero testimoni muti di quegli eventi. Così si percepisce il peso del lutto e della memoria senza immagini esplicite e drammatiche.
Il volume si apre con un testo di Arianna Rinaldo che inquadra le foto con rigore critico e storico. Il libro, di 132 pagine, ha un formato sobrio e una copertina nera, che aggiungono un senso di raccoglimento e solennità.
Claire Bishop e l’attenzione dispersa nei musei d’arte contemporanea
Claire Bishop, storica dell’arte inglese con quasi vent’anni di insegnamento alle spalle, affronta in “Attenzione disordinata” il tema dell’attenzione nelle sale museali e nelle gallerie d’arte contemporanea. La sua osservazione è chiara: smartphone e dispositivi digitali hanno cambiato radicalmente il modo di vivere l’arte.
Oggi il visitatore è spesso distratto, scatta foto, registra video, passa da un’opera all’altra senza concentrarsi davvero. È un’attenzione a più livelli, ma disorganizzata e intermittente. Questo modo di fruire rischia di compromettere la profondità dell’esperienza artistica.
Il libro spiega come questa “attenzione disordinata” nasca dalla quantità di stimoli e dall’abitudine a saltare da un contenuto all’altro. Bishop analizza come tutto ciò possa deformare lo sguardo critico e propone nuove idee per ripensare l’esperienza estetica in questo contesto.
Attraverso esempi concreti e casi di studio, il testo invita a riflettere su come oggi interpretiamo e viviamo gli spazi museali, unendo teoria e osservazione diretta.
“You Can’t Frame Me”, un omaggio ironico al gatto in fotografia
“You Can’t Frame Me”, pubblicato da Artphilein nel 2026 in una tiratura limitata di 250 copie, si distingue per originalità e leggerezza. Curato da Caterina De Pietri, raccoglie le foto di ventisei artisti che vedono nel gatto un simbolo di libertà, irriverenza e spontaneità.
Le immagini evitano la solita rappresentazione dolce e convenzionale del felino. Al contrario, mostrano animali “sbandati” come protagonisti di piccoli racconti visivi, capaci di sfuggire a ogni cornice rigida, proprio come suggerisce il titolo.
Il testo di Matteo Maria Paolucci accompagna la raccolta con un’analisi breve ma efficace, mettendo in luce il ruolo del gatto nella cultura fotografica contemporanea, come simbolo di sovversione dell’immobilità dello sguardo. Con le sue 66 pagine, il libro è un oggetto da collezione divertente e prezioso, lontano dal solito modo di fare fotografia artistica.
